Norme & Tributi

Il diritto penale dell’economia ancorato al ’900

LE NORME INVECCHIATE

Il diritto penale dell’economia ancorato al ’900

Riscrivere la parte speciale del diritto penale dell’economia: un obiettivo ambizioso e strategico per il futuro del Paese. Le trasformazioni profonde e incisive prodottesi nella realtà sociale italiana e nel panorama internazionale rendono infatti il quadro normativo attuale anacronistico e urgente una riforma complessiva.

Proviamo allora a ricapitolare e a districare i nodi nel frattempo formatisi. Innanzitutto, il nucleo centrale dei reati economici è rimasto congelato al periodo della seconda guerra mondiale; la legge fallimentare risale al regio decreto del 1942, così come il Codice civile (contenente la disciplina degli illeciti penali societari). E se naturalmente nel corso degli anni si sono succeduti interventi modificativi, anche significativi, il limite di fondo è consistito nel loro carattere random, così smarrendosi una veduta d’insieme. Il risultato è un “sistema” frammentato e per nulla omogeneo, dove alla visione dirigista e autocratica originaria si è contrapposta una politica di deregulation (più apparente che effettiva), che ha rappresentato la base per la creazione dello spazio penale.

Proprio l’assenza di linee-guida stabili e condivise e la mancanza di un testo unico hanno funzionato da framework per la giurisprudenza, che si è distinta quale centro di adeguamento sincronico della normativa al caso concreto. Un formante giurisprudenziale – sia detto per inciso – di cui il legislatore ha goduto i frutti, volutamente lasciandosi espropriare di un ruolo decisorio molto spesso impopolare. Se si guarda allora alle principali caratteristiche del mercato, con le inevitabili approssimazioni di uno sguardo riassuntivo, possono individuarsi alcuni punti fermi, frutto dei cambiamenti epocali registratisi: la tecnologia, la globalizzazione, la dematerializzazione, la transnazionalità.

La tutela penale di impronta tradizionale era, a ben vedere, incentrata e costruita intorno a magneti contrari: un assetto statico, poco permeabile alla trasformazione, territorialmente limitato e protetto dallo scudo della sovranità nazionale. Da qui un catalogo di reati che, pur nella varietà dei settori presi di mira, tradiva la medesima impronta genetica, cioè la repressione di condotte di danno, sovente in pregiudizio dello Stato e comunque dello status quo ante, impregnato del delicato equilibrio della libera iniziativa privata, garantito tuttavia dalla generosità della mano pubblica.

Proprio del resto la crisi economica e i vincoli di bilancio europei hanno innescato un corto circuito, da un lato responsabile dell’incremento della criminalità d’impresa, dall’altro di una politica penale alternativa. La cui forza trainante si è andata concentrandosi sull’iniziativa governativa anziché parlamentare e sulla necessità di ottenere risorse economiche aggiuntive dal perseguimento dei reati. Un osservatore neutrale ma smaliziato, che leggesse la storia recente inforcando occhiali da presbiopia, si accorgerebbe allora di una costante e progressiva tendenza all’accollo in capo al privato di compiti di polizia e sicurezza. Paradigmatica al riguardo la legislazione in tema di lotta al riciclaggio e alla corruzione, con il parallelo ricorso a forme di controllo interno, in chiave di ostacolo alla commissione di reati da parte dell’apicale o del dipendente; il decreto legislativo 231/2001 e l’allarmante e scomposta appendice testimoniano il percorso segnalato, modellato sulla falsariga della colpa d’organizzazione.

Un capitolo separato, ma in ultima analisi coerente con la trama complessiva, è l’accentuazione del protagonismo delle autorità di controllo, immaginato quale tampone a comportamenti fraudolenti nei confronti del risparmiatore, costruito pertanto sul flusso informativo in uscita e sanzionando tanto la manipolazione che la mera omissione. Al di là dei risultati (modesti) e delle falle registrate, l’imposizione esasperata di strumenti di compliance ha incontrato timidi consensi nella media e piccola impresa, viceversa generando un eccesso di regolamentazione che ha ingrossato la palude burocratica.

L’altra faccia della medaglia è condensata infine nelle politiche premiali, dalla criminalità tributaria a quella ambientale, e nuovamente all’anticorruzione e antiriciclaggio. Incentivazione nel promuovere virtuosismi riparatori secondo scalini decrescenti: dalla previsione di soglie di punibilità per accentuare la residualità dell’intervento penale in proporzione alla gravità dell’offesa, all’estinzione del reato subordinata alla restituzione del maltolto entro termini di decadenza processuali, per finire con l’ingresso di attenuanti mitigatorie della pena quale ricompensa alla collaborazione e al pentimento operoso.

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