Norme & Tributi

Il solito copione di un sistema che non c’è

L'Analisi|analisi

Il solito copione di un sistema che non c’è

Il fisco esce piuttosto malconcio da questa lunga fase di proroghe e rinvii. E una stagione iniziata male rischia ora di finire persino peggio, con questa surreale “caccia al decreto”.

Un ennesimo incidente di percorso che diventa la metafora dello stato di smarrimento nel quale arranca il sistema fiscale. Un sistema che peraltro non sembra minimamente disporre degli anticorpi necessari per uscire da questo vortice di approssimazione e che ancora una volta sta mostrando tutti i suoi limiti: tra piccole ma fastidiose disattenzioni e grandi carenze, prima fra tutte quella del rispetto dei più elementari diritti dei cittadini-contribuenti (come è evidente nel caso del decreto “scomparso”), a preoccupare ancor più è l’assenza di una pur minima visone strategica e della reale capacità di governare l’ordinamento.

Basta dare una rapida occhiata alle vicende fiscali di queste settimane, per capire quanto sia urgente voltare pagina. D’altra parte, che sarebbe stato un anno “fiscalmente” difficile lo si era intuito molto presto, non appena l’entusiasmo (!) per la nuova architettura degli adempimenti fiscali – arrivata dopo lunga attesa e infinite promesse con il Dl 193 del 2016 – ha dovuto fare i conti con le ulteriori richieste di adempimenti (paradossalmente, nello stesso decreto!) che tanto ricordano l’inossidabile giochetto delle tre carte, dove nuovi obblighi – in genere più complessi – finiscono per sostituire i vecchi, mortificando qualsiasi promessa di semplificazione e anche i lavori preparatori svolti dai tavoli tecnici di confronto.

L’antipasto di questo menu speciale sono state le nuove comunicazioni delle liquidazioni trimestrali Iva, con primo appuntamento al 31 maggio, prorogato di dodici giorni con un comunicato arrivato a meno di 48 ore dalla scadenza. Nonostante le parole tranquillizzanti con cui l’amministrazione ha sempre difeso la scelta del Parlamento (lo ha fatto, per esempio, l’ex direttore dell’agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, in un’intervista al Sole 24 Ore), professionisti e operatori hanno trovato immediata conferma delle loro preoccupazioni. E hanno presto capito che non sarebbe affatto bastato “un semplice clic per inviare i dati”, e che quei dati comunque andavano raccolti, predisposti e inviati.

Da qui in poi, è stato un susseguirsi infinito di disagi per gli operatori. Da un lato ci sono le “normali” difficoltà nel gestire nuovi adempimenti e dall’altro il disorientamento per le modiche continue alla normativa fiscale, introdotte con effetto immediato o addirittura retroattivo (solo per titoli: gli elenchi “ballerini” per lo split payment; i ricalcoli per gli studi di settore dopo le nuove istruzioni dell’agenzia; i ritardi dei provvedimenti sull’Ace e sul principio di derivazione rafforzata per i soggetti che adottano i nuovi principi contabili; la gestione impossibile della “tassa Airbnb”).

Allora, le proroghe – quando non sono legate a eventi o impedimenti imprevisti e imprevedibili – altro non sono che il tentativo estremo di rimediare a qualcosa che “a monte” non ha funzionato. E qui a non aver funzionato è il “sistema”. Le proroghe diventano la presa d’atto di un fallimento, anzi di una lunga serie di fallimenti. Sono la conseguenza e l’effetto di scelte fuori controllo. Di scelte di cui nessuno è in grado di valutare l’impatto e la sostenibilità, anche in termini di adempimenti. Il che è molto grave. Ci sarà pure un motivo se il nostro paese primeggia (in negativo, purtroppo) nelle classifiche mondiali sulla burocrazia fiscale, esattamente come accade per il total tax rate, e ciò conferma che il nostro fisco non debba risolvere “un” problema, bensì due: pressione tributaria eccessiva ed eccessiva complessità dell’ordinamento, determinata dalla volatilità normativa e dal carico impossibile degli adempimenti.

Fino a quando si potranno chiedere nuovi e ulteriori dati ai contribuenti e ai professionisti? E poi: siamo sicuri che l’amministrazione sia in grado di gestire questa enorme mole di informazioni? Ogni anno attraverso i canali telematici dell’agenzia delle Entrate affluiscono agli archivi informatici miliardi e miliardi di dati: ma che succede? Quanto rende l’utilizzo di queste informazioni, in termini di lotta all’evasione o anche in termini di “compliance”, come ora va di moda dire? Il fatto è che nessuno lo sa o comunque nessuno lo dice, il che non va bene. Perché così si rafforza l’idea – molto diffusa tra i professionisti – che la raccolta di questi dati sia assolutamente inutile, vuoi perché molte informazioni già arrivano al fisco vuoi perché altre volte non sono comunque idonee a scovare gli evasori.

Ma è come se nessuno avesse il potere o la forza per invertire la rotta. Tutto procede per inerzia, con il rischio di un ulteriore, inesorabile logoramento. Tra poche settimane i professionisti saranno chiamati a un’altra “missione impossibile” che molti avrebbero volentieri evitato. Entro il 18 settembre (il 16 è sabato), dovranno essere trasmessi all’agenzia delle Entrate tutti i dati su fatture emesse, fatture ricevute e registrate, bollette doganali e note di variazione relativi al primo semestre dell’anno in corso. Ogni singolo documento – anche la fatturina da 10 o 15 euro per il pranzo di lavoro – dovrà essere predisposto per l’invio. Il che metterà di nuovo a dura prova la pazienza degli operatori e – ci si può scommettere – non mancherà di aumentare l’insofferenza verso un fisco che appare sempre più lontano dalle esigenze del paese.

Inutile girarci intorno: occorre interrogarsi con urgenza su quale sia il modello di riferimento dell’apparato tributario. Occorre capire quali siano i livelli di competenza e occorre capire come la gestione “politica” dei tributi si debba raccordare con la gestione “amministrativa”. Il modello attuale – lo dicono anche osservatori autorevoli come Ocse e Fmi – finisce per essere un ibrido che, al di là di ogni valutazione, finisce per rendere poco trasparente il processo decisionale e poco chiara la catena delle responsabilità tra Governo, Parlamento e amministrazione finanziaria.

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