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Fisco, 35 miliardi dalle sanatorie

la politica fiscale

Fisco, 35 miliardi dalle sanatorie

La voglia matta di condoni e sanatorie non ha risparmiato nessun Governo, da quello a guida centrodestra di Berlusconi con i suoi scudi fiscali a quelli tecnici sostenuti dalla “strana maggioranza” con la definizione delle liti pendenti. E gli ultimi due a guida Pd non sono stati da meno presentando ai contribuenti due edizioni del rientro dei capitali, la rottamazione delle cartelle di Equitalia e una nuova chiusura delle liti fiscali pendenti. Una vera e propria passione, quella per le sanatorie, che piace tanto anche ai contribuenti: negli ultimi 10 anni cittadini e imprese sotto la voce “una tantum” e accessori hanno versato nelle casse dello Stato ben 35 miliardi di euro.

A calcolarli è stata la Corte di conti nel rapporto sul coordinamento della finanza pubblica dove, nel mettere in fila i proventi della lotta all’evasione fiscale, evidenzia come tra condoni, oneri accessori e interessi lo Stato ha sempre incassato più che bene. Ma attenzione, i magistrati contabili sono più che critici sulla prassi dei Governi di turno di includere le entrate una tantum tra i proventi di contrasto all’evasione fiscale. Del resto, quei 35 miliardi di poste non strutturali indicati dalla Corte, “pesano” per circa il 30% degli incassi rubricati come antievasione nell’ultimo decennio. Inoltre, aggiungono i giudici contabili, «risulta arduo imputare a recupero di evasione gli importi pretesi dall’Erario a titolo di sanzioni e interessi, un gettito accessorio che non prefigura un ampliamento di base imponibile».

Il ricorso alle sanatorie, dunque, rappresenta la strada più semplice per incassare secondo il comune detto «pochi maledetti e subito». E anche se amministratori e politici di turno si affannano e si affrettano a iscriversi al partito anti-condoni spesso le esigenze di cassa hanno il sopravvento sulle opinioni e sui fatti. Ultimo esempio in ordine di tempo la nuova chiusura delle liti pendenti a cui il Governo Gentiloni nella primavera scorsa ha affidato il delicato compito di far quadrare i saldi della correzione chiesta all’Italia da Bruxelles. Dalla relazione tecnica il Mef si attende almeno 400 milioni. Sanatoria ora destinata ad entrare nel vivo nelle prossime settimane (si veda la pagina a lato) e che dovrà anche assicurare qualche centinaio di milioni in più in caso la voluntary bis dovesse confermare il suo scarso appeal.

Le sanatorie oltre ad essere uno straordinaria leva per far cassa finiscono anche per far emergere buona parte delle inefficienze del sistema fiscale attuale. Nella lotta all’evasione nei paradisi fiscali così come ai capitali detenuti illegalmente all’estero il Governo, in termini di recupero effettivo nelle casse dello Stato, è dovuto ricorrere alla voluntary disclosure. Una sanatoria sui generis visto che in termini di perdono offre la copertura sul fronte penale mentre non fa sconti sulle imposte dovute e le sanzioni amministrative. Quindi un meccanismo molto diverso dai vecchi scudi fiscali, per cui era sostanzialmente prevista un’imposta a forfait sugli importi mai dichiarati al Fisco italiano e che si facevano emergere. Anche se poi, in termini di gettito recuperato, le somme sostanzialmente si avvicinano. Basti pensare che le ultime due operazioni di rimpatrio targate 2009-2010 hanno portato complessivamente a 5,6 miliardi di euro. Mentre la voluntary «1.0» ha garantito all’Erario entrate una tantum per 4,3 miliardi, a cui si devono aggiungere gli oltre 500 milioni già incassati dalla seconda disclosure tuttora in corso e da cui solo sulla carta si attende un ulteriore miliardo.

Ancora più evidente è la rottamazione delle cartelle di Equitalia. Utilizzata per far quadrare i conti dell’ultima legge di bilancio e assicurare al Governo le risorse necessarie per attuare l’anticipo pensionistico (Ape), la definizione agevolata ha consentito all’amministrazione finanziaria di rottamare il magazzino dei ruoli ancora esigibili, ma ben presto rischiavano di finire tra quelli non più riscuotibili, e allo stesso tempo procedere alla fusione di Equitalia nell’agenzia delle Entrate con i bilanci in ordine. Un’operazione nei fatti quasi obbligata se si pensa - come ha rilevato sempre la Corte dei conti nella relazione sul rendiconto generale dello Stato - che dei poco più di 1.135,6 miliardi affidati alla riscossione tra il 2000 e il 2016 soltanto «51,9 miliardi rappresentano la quota sulla quale le azioni di recupero potranno ragionevolmente risultare più efficaci». Tanto per capire di che ordine di grandezza stiamo parlando, si tratta del 4,6% di tutte le somme affidate. E questo chiama in causa anche le modalità con cui tutti gli enti impositori accertano a monte le somme non dichiarate o non versate.

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