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Caso Cucchi: nessun depistaggio. Assolto il dirigente penitenziario

Cassazione

Caso Cucchi: nessun depistaggio. Assolto il dirigente penitenziario

(Ansa)
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Il dirigente della polizia penitenziaria Claudio Marchiandi, accusato di aver coperto le prove del pestaggio ai danni di Stefano Cucchi, non era a conoscenza delle reali condizioni di salute del geometra di 32 anni, deceduto dopo sei giorni di ricovero nella struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. La Corte di cassazione, con la sentenza 39219 depositata oggi, chiarisce le motivazioni con le quali ha respinto il ricorso del procuratore generale della Corte d’appello e dei familiari di Stefano Cucchi, contro la sentenza della Corte territoriale con la quale, nel 2016, il funzionario del Prap era stato assolto dai reati di falso ideologico, abuso d’ufficio e favoreggiamento personale.

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La sentenza è allineata con la piega che attualmente ha preso il caso Cucchi: sotto accusa ci sono solo cinque carabinieri tra quelli che si sono occupati del trentenne dopo che era stato fermato per droga. I carabinieri sono stati rinviati a giudizio lo scorso 10 luglio. I medici e gli agenti penitenziari coinvolti, invece, finora sono stati assolti in vari gradi di giudizio; ma il 19 aprile scorso la Cassazione ha disposto un nuovo processo di appello per i medici, accusati di omicidio colposo.

Secondo l’accusa, Marchiandi avrebbe istigato il medico di turno al Pertini a dare indicazioni false nella cartella clinica sulle condizioni di ingresso di Cucchi, che era in stato di detenzione. Il tutto per creare le condizioni previste dal protocollo organizzativo della struttura protetta per il ricovero del paziente.

Lo scopo, sempre secondo l’accusa, era aiutare gli agenti di polizia penitenziaria autori del reato di lesioni e abuso di autorità in danno di Cucchi, ad eludere le indagini. Una tesi accusatoria respinta dalla Cassazione. Per la Suprema corte, correttamente il giudice del rinvio, ha sottolineato che le condizioni di Cucchi risultavano da una cartella clinica dell’ospedale Fatebenefratelli che non evidenziava malattie infettive, le sole per la quale il protocollo d’intesa esclude espressamente il ricovero nella struttura protetta.

Le lesioni sul corpo del giovane erano, per quanto all’epoca da lui stesso dichiarato, di natura accidentale, non c’era dunque ragione di sospettare connivenze del direttore del carcere e di Marchiandi.

L’imputato non aveva - sottolineano i giudici, competenze sanitarie e doveva limitarsi, nel concedere l’autorizzazione all’ingresso al Pertini, all’esame formale delle informazioni disponibili. Per i giudici, nessuna prova era emersa che l’imputato fosse a conoscenza del fatto che le lesioni sul corpo di Cucchi potessero essere il risultato di una violenta aggressione da parte degli agenti di polizia penitenziaria o di terzi.

L’imputato non poteva neppure aver agito per “isolare” il geometra e impedirgli di comunicare. Mentre Stefano Cucchi era, infatti, piantonato al Fatebenefratelli ma non lo era al Pertini, dove c’era un «contenimento esterno dell’intera struttura». Nella sentenza si legge dunque che «Marchiandi, al di là dei sospetti e illazioni (basati sui contatti con i vertici dell’amministrazione che sono qualificati nella sentenza di primo grado come “ingiustificati”, senza che se ne spieghi la ragione visto che si tratta di un funzionario incaricato proprio di occuparsi della gestione extra carceraria dei detenuti) non è risultato avere alcuna consapevolezza delle reali condizioni di salute di Cucchi.

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