Norme & Tributi

Giovani in pensione prima dei 70 anni e con 650 euro? Ecco perché…

LA PROPOSTA

Giovani in pensione prima dei 70 anni e con 650 euro? Ecco perché sarà solo per pochi

La proposta è stata lanciata dal Governo la scorsa settimana. I giovani potrebbero andare in pensione prima dei 70 anni, con 20 anni di contributi discontinui e un mensile complessivo di 650-680 euro anche se hanno maturato un trattamento pari a 1,2 volte l'assegno sociale, oggi pari a 448 euro lordi al mese (qui i dettagli). L'intenzione dichiarata è di stendere una rete di protezione per una categoria debole e destinata, sulla carta, a un futuro previdenziale instabile. Ma il risultato rischia di essere paradossale: per accedere all'assegno bisognerebbe avere maturato una pensione non superiore a circa 6-7mila euro lordi annui dopo 20 anni di contributi. Uno standard che risulta basso “persino” per le aspettative dei giovani italiani, se si considera che anche con redditi intorno ai 10mila euro lordi l'anno e una carriera discontinua si può arrivare a una pensione di 1000 euro lordi al mese: circa 300-400 euro lordi in più rispetto ai 537 euro (cioè 1,2 volte l'assegno sociale) che farebbe scattare il «paracadute» dai 650-680 euro mensili (risultato del cumulo tra pensione e assegno sociale, più le maggiorazioni) e la possibilità di ritirarsi prima dei 70 anni.

Se anche 13mila euro lordi sono “troppi”
Epheso, una società che realizza sistemi automatici per il calcolo della pensione, ha provato a simulare due casi. Il primo è quello di un neoprofessionista di 27 anni che guadagna 26mila euro lordi l'anno, indicata dalla società di ricerca JobPricing come lo stipendio medio attuale dei lavoratori non-laureati nella fascia 25-34 anni. Ipotizzando una carriera con un tasso di crescita modesto, con stipendio in aumento del +1% su scala annua, si arriverebbe dopo 21 anni di contributi a una pensione di 17.673 euro l'anno: circa 1.360 euro al mese, 2,5 volte il trattamento di circa 540 euro previsto dal Governo per attivare assegno e integrazione a 650-680 euro. La situazione, però, resterebbe tale anche se il reddito previsto si dimezzasse da 26mila a 13mila euro lordi e con la stessa prospettiva di crescita della carriera (+1%). In questo caso, sempre secondo la stima di Epheso, il lavoratore maturerebbe dopo 21 anni un trattamento di 11.417 euro annui: l'equivalente di quasi 900 euro mensili, pari a quasi 400 in più rispetto alla soglia dei 537 euro previsti.

Il nodo di fondo: manca il lavoro
Come ha già scritto il Sole 24 Ore, un altro paradosso sta nel contesto in cui si inserirebbe la misura: mentre si studia un assegno per la pensione dei «giovani», i diretti interessati fanno prima di tutto fatica a trovare un impiego.

Secondo gli ultimi dati Eurostat, il tasso di disoccupazione nella fascia giovanile (15-24 anni) è pari al 35,5%, il doppio della media Ue del 16,9%. Anche concentrandosi nel segmento citato sopra, quella dei 25-34 anni, si parla di una quota di disoccupati del 17% e di un'incidenza minoritaria sull'occupazione creata negli ultimi anni. Secondo un'analisi della società Adapt, i neoassunti nella fascia 25-34 anni hanno rappresentato appena il 12% (120mila) del totale tra 2013 e 2017, mentre la quota di over 50 rappresenta la metà del totale: il 51%, con una crescita di 513mila unità nei quattro anni. Il tutto mentre l’Italia si mantiene nelle retrovie delle classifiche europee anche per gli investimenti in un settore decisivo per la crescita: la formazione. Secondo dati Eurostat, la spesa in “education” italiana si aggira intorno al 4% del Pil, quasi un punto sotto la media Ue (4,9%).

La domanda, a questo punto, potrebbe essere un’altra: conviene lavorare e alzare il proprio livello retributivo, se c’è la prospettiva di un assegno garantito dallo Stato? Le voci in materia sono discordanti. Da una parte c’è chi sostiene che una “pensione giovani” renderebbe meno conveniente lavorare, soprattutto nel caso di redditi di poco superiori alla soglia minima: se c’è poca differenza tra un assegno di 650 euro e una pensione maturata con i propri contributi, allora diventa quasi più pratico restare sotto al livello richiesto e intascare il primo. D'altro canto il lavoratore è comunque incentivato ad alzare l'asticella delle sue entrate nel breve termine, per (ovvie) ragioni di sussistenza. Se si viaggia intorno ai 500 euro mensili, guadagnare di più è un’urgenza nell’immediato. Ben prima di qualsiasi pensione o assegno per un futuro nelle «condizioni minime».

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