Norme & Tributi

Autonomie locali in cerca di bagliori

L'Editoriale|governo dei territori

Autonomie locali in cerca di bagliori

Le regioni più vicine all’optimum ideale garantiscono ai cittadini un equo connubio tra imposte e performance. Di conseguenza, più delle altre regioni dovrebbero godere della fiducia dei propri cittadini, ma dopo la crisi, la sfiducia nelle istituzioni politiche appare generalizzata e non badare alle misurazioni di performance. Abruzzo, Marche e Umbria, nelle quali risiede circa 1/14 degli italiani, sembra miscelino al meglio tasse e performance. Rappresentano un’area cerniera del versante semi-periferico adriatico che annovera un asse industriale-produttivo ragguardevole (ma ridimensionato selettivamente dalla crisi), accanto a livelli di qualità della vita invidiabili. Tuttavia, si tratta anche del terzetto regionale dei disastri sismici e del batticuore infinito in Appennino e chissà cosa ne pensano gli sfollati di questo comportamento virtuoso delle rispettive autonomie locali e regionali.

Le tre regioni centro-adriatiche, al pari del resto d’Italia, non sono state certo esenti da comportamenti elettorali di protesta a 5 stelle e da un ancor più marcato astensionismo alle recenti elezioni regionali e comunali. In queste regioni dai fianchi feriti dai sismi, argomenti per nutrire sfiducia nei confronti delle élite locali ve ne sono a bizzeffe, come nel resto del Paese, dopo la violenta crisi che ha mietuto vittime soprattutto tra i gruppi sociali dei giovani e della piccola borghesia produttiva, tra le donne. Si fatica a tornare a livelli pre-crisi in particolare per investimenti, occupazione e Pil.

La percezione dei cittadini sull’operato delle élite locali può dunque non essere coerente con misurazioni di performance istituzionale.

La crisi ha peggiorato notevolmente il mood sociale e anche la fiducia verso le istituzioni locali. Queste stanno anche soffrendo la sospensione-Paese di questo fine legislatura.

Tra le pagine rimaste aperte, l’opportunità di ridisegnare funzioni e confini delle regioni in chiave macro-regionale e l’urgenza di una governance (senza burocrazia) per l’antropizzazione urbana diffusa sul territorio, orfana delle Province.

Senza una bussola, quel localismo provinciale continua a correre sul filo del rasoio del policentrismo caotico, tra città in nuce sviluppatesi per “coalescenza”, senza né government né governance (come nella città lineare adriatica), aree metropolitane rimaste anch’esse a mezz’aria e quel territorio d’antropizzazione provinciale che soffre la prospettiva globale. Il rischio è che le forze centripete localiste schiaccino il Paese sul geograficamente piccolo e provinciale, su rivalità identitarie di piccolo cabotaggio tra municipalità, torri e territori.

Un impegno della prossima legislatura sarà riformare la complessa architettura di governo multilivello del territorio, che fino al 2006 è servita a scimmiottare l’illusione federalista, trasformatasi poi in cocente disillusione. Anche Salvini è ricorso a un ri-centraggio della Lega, quando, al momento, era apparsa evidente l’improbabilità di una credibile geometria federalista per un’Italia che annovera regioni tra le più ricche e le più povere d’Europa.

La realtà, documentata anche da Bes-Istat, è che un po’ ovunque le istituzioni locali hanno perso gran parte della fiducia acquisita nel ciclo politico 1994-2006. In questo periodo d’ascesa, dopo la prima lunga notte centralista (i primi 40 anni di storia repubblicana) in cui la politica locale era bollata come politica “bassa”, il ceto politico locale eletto non solo è cresciuto in quantità, tanto da sostituire militanti e iscritti come telaio territoriale di partito, ma ha acquisito peso e prestigio. Dopo Tangentopoli, si erano rivolte molte aspettative al ceto politico locale e su governi di prossimità per dare qualità al rapporto élite-cittadini. Le autonomie incarnavano la nuova offerta politica istituzionale multilivello, l’Europa delle Regioni. Un periodo di ascesa che ha reso appetibili scranni di comando in grandi città e regioni persino a leader nazionali, con tanto di primavera dei sindaci e con la speranza che autonomia facesse rima con fiducia e sviluppo.

Non è andata così: sul grigio declino economico rispetto ad altri Paesi di pari rango, è piombato il fitto buio della crisi. L’ascesa delle autonomie si è magicamente convertita in una loro progressiva disfatta. Hanno mancato la principale missione, che consisteva nell’offrire ai cittadini un governo di prossimità che restituisse qualità e fiducia alle istituzioni. Al contrario, hanno ostentato costi faraonici e basse performance, criticità concentrate in prevalenza nel Mezzogiorno, ma con problemi d’indebitamento anche nel Centro-Nord.

Seguendo le orme delle élite politiche nazionali, il ceto politico locale ha dato prova d’autoreferenzialità e di cronyism. Ecco alcuni dei motivi per i quali gli italiani non si fidano più neppure dei rappresentanti comunali. Questi, nel microcosmo localistico, riproducono tutti i barrage generazionali, di genere, territoriali che presentano le élite politiche nazionali, avendone metabolizzato il vizio di vedere l’interesse pubblico solo in funzione del proprio privato di “durare a lungo”. Lo scontento dei cittadini non si è fatto attendere con record d’astensionismo frantumati a ogni tornata elettorale amministrativa, fino al suo clamoroso picco (62%) in Emilia- Romagna e alla sua diffusione nelle recenti amministrative.

C’è di conseguenza molto da fare per città e territori, per queste autonomie raggelate da un’inattesa precipitazione degli eventi – la crisi - che ha messo in luce la fragilità di questo arcipelago, tanto cresciuto in termini numerici e di costi, quanto incapace di portare reali benefici adeguati a sdrammatizzare il campo di tensione che si è creato tra élite e cittadini. Al momento, dopo il referendum, sulle autonomie ci si orienta nel buio a luci spente, nella speranza che qualche bagliore venga dalla stagione elettorale che si apre con l’”anticipo” siciliano di novembre.

© Riproduzione riservata