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Intercettazioni, il punto di equilibrio è l’interesse pubblico

l’analisi

Intercettazioni, il punto di equilibrio è l’interesse pubblico

Ora che si deve dare attuazione alla riforma della disciplina delle intercettazioni sarebbe importante abbandonare il manicheismo delle tifoserie politiche o

professionali e cercare di ragionare in modo costruttivo. Difficile negare che di un intervento legislativo vi fosse bisogno, soprattutto per meglio governare il fenomeno della divulgazione delle conversazioni processualmente irrilevanti e per disciplinare il nuovo strumento di intercettazione, il captatore informatico, che attualmente esprime, ad un tempo, il massimo dell’efficacia investigativa e il massimo dell’insidiosità per la riservatezza del cittadino. Difficile negare, per altro verso, che il mandato riformatore del Parlamento si sia espresso in una formulazione normativa assai poco rigorosa, talvolta contenutisticamente incompiuta.

Prendiamo in esame la delicata problematica del regime di divulgabilità delle conversazioni captate. Il limite maggiore dell’attuale normativa è quello di trattare le intercettazioni alla stregua di qualsiasi atto di indagine: ne è vietata la pubblicazione sino a quando l’atto è coperto dal segreto (cioè sino a quando non è conoscibile dalla difesa); caduto il segreto, ne può essere pubblicato il contenuto. Una impostazione, questa, che non ha fatto i conti con le peculiarità dell’intercettazione: una sorta di “idrovora fonica” che tutto indistintamente inghiotte. Infatti, per consentire al giudice di operare, nel contraddittorio delle parti, una cernita di ciò che è rilevante per l’accertamento dei fatti, tutti i risultati delle intercettazioni devono essere messi preventivamente a disposizione della difesa, ma in tal modo –come si è detto – il segreto cade e tutte le notizie “captate” divengono divulgabili, anche quelle che dopo la selezione del giudice dovessero rivelarsi del tutto irrilevanti. La pubblicazione di notizie attinenti alla sfera più personale ed intima di soggetti a qualsiasi titolo finiti nella rete a strascico di una intercettazione, quindi, è operazione deprecabile, ma, allo stato, legittima.

La legge di delega si ripropone di «garantire la riservatezza delle comunicazioni» chiedendo al legislatore delegato di prevedere disposizioni dirette a garantirla, «avendo speciale riguardo alla tutela della riservatezza (...) delle persone occasionalmente coinvolte nel procedimento, e delle conversazioni comunque non rilevanti a fini di giustizia penale». L’obiettivo è dunque chiaro, a parte la fuorviante ridondanza del riferimento alle persone «occasionalmente coinvolte»: la riservatezza riguardante notizie non rilevanti va assicurata a tutti nello stesso modo, anche a chi è non occasionalmente coinvolto e, per contro, neanche alle persone «occasionalmente coinvolte» può essere garantita rispetto a informazioni processualmente rilevanti.

Ancor più incerta si fa la mano del delegante quando deve indicare al Governo «princìpi e criteri direttivi» dell’azione riformatrice: una formulazione normativa nocivamente prolissa su alcuni aspetti (ad esempio nell’indicazione degli atti destinati all’archivio riservato), inopportunamente sbrigativa su altri (ad esempio in ordine al regime di segretezza degli atti processualmente irrilevanti).

Proviamo, cionondimeno, a delineare i tratti di una nuova disciplina che si inscriva nelle coordinate della delega e, soprattutto, che ne realizzi il dichiarato intento di individuare un più soddisfacente punto di equilibrio tra informazione e riservatezza.

Il divieto di pubblicazione dovrebbe cadere non più quando la difesa può prendere conoscenza dei risultati dell’intercettazione, ma solo nel momento in cui il giudice, nel contraddittorio tra le parti, abbia operato la distinzione tra ciò che rileva per il processo e ciò che gli è affatto estraneo.

Dopo la cernita giudiziaria, la sorte del materiale andrebbe diversificata.

Le conversazioni processualmente significative dovrebbero essere da quel momento divulgabili. Di più: dovrebbero essere anche accessibili ad ogni giornalista (in linea con la raccomandazione del Consiglio d’Europa (2003)13 in tema di «Principi relativi alle informazioni fornite attraverso i mezzi di comunicazione»). Si eviterebbe, così, quell’opaco reticolo di non disinteressate compiacenze tra operatori della giustizia e operatori dell’informazione, che finisce per lasciare nelle mani del controllato la gestione delle notizie in base alle quali la collettività esercita il controllo. E il valore professionale del giornalista si misurerebbe, finalmente, sulla sua capacità di offrire una intelligenza critica delle risultanze investigative e non sulle sue entrature negli ambienti inquirenti che contano.

Le conversazioni processualmente irrilevanti, invece, andrebbero conservate in un archivio riservato, restandone vietata la divulgazione. Tuttavia, qualora contengano una notizia di pubblico interesse (e non di mero interesse del pubblico), al giornalista che ne sia venuto a conoscenza e l’abbia divulgata dovrebbe essere riconosciuta la scriminante dell’esercizio del diritto di cronaca, come insegna la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.

In definitiva, a ben vedere, il punto di equilibrio tra i valori costituzionali in giuoco dovrebbe ruotare intorno al concetto di “interesse pubblico”. Le intercettazioni acquisite al processo, ancorché lesive dell’altrui reputazione o privacy, dovrebbero essere sempre conoscibili e divulgabili dal giornalista: in tal caso l’interesse pubblico alla conoscenza è in re ipsa, avendo il popolo diritto di sapere come viene amministrata la giustizia in suo nome. Le intercettazioni irrilevanti, invece, potrebbero essere legittimamente divulgate soltanto ove ricorra un interesse pubblico alla loro conoscenza.

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