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Diffamazione a Equitalia, Maradona prosciolto (resta il debito col…

l’ex campione del napoli

Diffamazione a Equitalia, Maradona prosciolto (resta il debito col Fisco)

(Olycom)
(Olycom)

Maradona sarà pure un evasore ma non è un “maleducato” e non ha offeso il Fisco italiano. Il gup di Cassino ha prosciolto Diego Armando Maradona dall'accusa di diffamazione aggravata ai danni di Equitalia con la formula “perché il fatto non costituisce reato”. Stessa decisione è stata presa per il suo avvocato storico, Angelo Pisani. Il Pibe de Oro, secondo l'accusa, nel corso di una intervista aveva rilasciato dichiarazioni offensive “della reputazione di Equitalia Spa e del presidente dell'epoca, Attilio Befera”.

L'inchiesta, che fa riferimento a fatti accaduti nel giugno del 2012, era nata a Roma ma il tribunale capitolino si era dichiarato incompetente e aveva trasmesso gli atti alla Procura di Cassino, in quanto un mensile locale aveva per primo ripreso l'intervista a Maradona in cui, raccontando del suo contenzioso con l'Erario italiano, chiedeva “un fisco giusto e dal volto umano”. L’ex calciatore si rese protagonista anche di una “polemica simbolica” nel corso di “Che Tempo che fa”, su Raitre, intervistato da Fabio Fazio, facendo il gesto dell'ombrello al Fisco.

Restano invece intatte tutte le questioni pendenti sul piano tributario con il debito dell'ex campione argentino verso il Fisco italiano, 13 miliardi di lire, lievitati a oltre 40 milioni di euro per effetto di interessi e sanzioni.
La vicenda nasce da una complessa sequenza di accertamenti, cartelle – notificate con difficoltà dato che dal '91 Maradona si era allontanato da Napoli – e di sentenze emesse da commissioni tributarie e dalla Cassazione.

Proprio in virtù di una decisione della Suprema corte del 2005, la n. 3231, l'agenzia delle Entrate ritiene chiuso il capitolo giudiziario con la condanna di Maradona. Ma quella sentenza si riferiva all'impugnazione di un avviso di mora (notificato l'11 gennaio 2001) e dunque atterrebbe a profili di rito, non di merito. Tanto almeno da sempre sostengono i legali di Maradona, Angelo Pisani e Angelo Scala. I quali sul piano sostanziale fanno riferimento a una sentenza, pronunciata stavolta dalla commissione tributaria di secondo grado di Napoli il 29 giugno 1994 (la n. 126) che potrebbe “scagionare” Maradona.

Ma andiamo con ordine. Alla base di tutta questa storia ci sono sei avvisi di accertamento Irpef (per gli anni dal 1985 al 1990) che contestavano la prassi, non insolita allora, di corrispondere da parte del club oltre all'ingaggio, una quota di compensi per lo sfruttamento dei diritti d'immagine attraverso società terze con sedi all'estero – come la Diego Armando Maradona Productions Establishment collocata a Vaduz – che poi li riversavano agli atleti. Gli accertamenti avevano colpito la Società sportiva calcio Napoli e i tre giocatori stranieri impiegati in quegli anni, Maradona appunto, e i brasiliani Careca e Alemao.

Per il fisco e il giudice tributario di primo grado (decisione n. 3230/93) si trattava di una truffa consistente in un'”interposizione fittizia” della società sponsor che consentiva ai calciatori di percepire compensi aggiuntivi agli emolumenti ufficialmente dichiarati quale retribuzione e pagare meno imposte e alla società di risparmiare sulle ritenute alla fonte.

A fare ricorso contro questa decisione sono stati la Ssnc, Careca e Alemao, ma non Maradona. La commissione di secondo grado ha ribaltato il verdetto. I giudici tributari hanno chiarito che per applicare l'articolo 37, ultimo comma, del Dpr 600/73, su cui si fondavano gli accertamenti è indispensabile la prova dell'accordo “trilatero” tra le parti e del diretto passaggio delle somme dalla società sportiva ai calciatori, con esclusione delle società sponsor. Prove che, argomenta la commissione, non sono state raggiunte: «In conclusione è da ritenere mancante la prova presuntiva di una interposizione fittizia di persona in favore dei calciatori Careca e Alemao». Anche perché «la lega nazionale ha riconosciuto il diritto dei calciatori a utilizzare in qualsiasi forma la propria immagine, stipulando contratti con terzi e ricavandone gli utili a titolo diverso da quello retributivo». Inoltre, i giudici tributari citano la decisioni dei gip di archiviare su richiesta dei pm i procedimenti penali nei confronti dei rappresentanti della Ssnc per il reato di omissione dei versamenti delle ritenute alla fonte.

Dunque, la commissione annulla gli accertamenti nei confronti della società e dei due brasiliani (il procedimento, per quanto possa sembrare assurdo, risulta ancora pendente, come scrivono i legali di Diego nel ricorso). Ma per ben tre pagine parla della situazione di Maradona, precisando anche che «i giudici penali per tutti e tre i calciatori hanno escluso che i corrispettivi versati agli sponsor fossero in realtà ulteriori retribuzioni». Gli avvocati dell’ex calciatore ritengono che per effetto del principio di solidarietà si possano estendere anche a lui gli effetti dell'annullamento dei sei accertamenti. Ma la loro tesi non è stata accolta dai giudici tributari che anno vagliato il caso in questi anni. Diego Maradona, perciò, resta un grande debitore del Fisco italiano.

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