Norme & Tributi

No al riconoscimento del divorzio «islamico»

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No al riconoscimento del divorzio «islamico»

I divorzi “islamici” non possono essere riconosciuti dagli Stati Ue perché violano il principio di non discriminazione di genere sancito dalla Carta dei diritti fondamentali, visto che possono essere richiesti solo dagli uomini. Lo ha deciso la Corte di giustizia europea analizzando il caso di una coppia siriano-tedesca. Nel 2013 il marito ha dichiarato di voler divorziare e il suo rappresentante ha pronunciato la formula di rito dinanzi a un tribunale religioso situato in Siria, che ha dichiarato il divorzio dei coniugi. Si tratta di un divorzio «di natura privata», in quanto si fonda non su una decisione a carattere costitutivo di un’autorità giurisdizionale o di un’altra autorità pubblica, bensì su una dichiarazione di volontà unilaterale rilasciata dall’uomo e seguita da un atto di natura meramente declaratoria di un’autorità straniera.

La moglie aveva poi dovuto sottoscrivere una dichiarazione nella quale riconosceva di aver ricevuto tutte le prestazioni che, secondo la normativa religiosa, le erano dovute in forza del contratto di matrimonio e a causa del divorzio intervenuto per volontà unilaterale del marito, liberandolo da ogni obbligo nei suoi confronti.

L’uomo aveva quindi chiesto in Germania il riconoscimento del divorzio: la sua domanda era stata accolta dal presidente dell’Oberlandesgericht München (il tribunale regionale superiore di Monaco di Baviera). L’ex moglie aveva però contestato tale riconoscimento del divorzio, e quindi il tribunale ha sottoposto la questione alla Corte di giustizia Ue.

Nelle sue conclusioni, l’avvocato generale Henrik Saugmandsgaard Øe rileva che «è sufficiente che la legge straniera applicabile sia discriminatoria a causa del suo contenuto affinché essa venga disapplicata». Il legislatore dell’Unione, infatti, ha considerato che la discriminazione in questione, ossia quella fondata sull’appartenenza dei coniugi all’uno o all’altro sesso, riveste una «gravità tale da dover comportare il rigetto assoluto», senza alcuna possibilità di eccezione nel singolo caso concreto, della totalità della legge altrimenti applicabile.

Nel caso specifico, però, la donna aveva “acconsentito” al divorzio: questo però, secondo l’avvocato generale, non permette al giudice nazionale di non disapplicare la legge straniera “discriminatoria”. La regola enunciata all’articolo 10 del regolamento Roma III (regolamento Ue n. 1259/2010 relativo all'attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale), che si fonda sul rispetto di valori considerati fondamentali, è infatti dotata di un carattere imperativo ed è pertanto collocata, dalla volontà del legislatore dell’Unione, al di fuori della sfera della libera disposizione dei loro diritti da parte dei soggetti interessati.

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