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«Te la farò pagare» non è sempe minaccia

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«Te la farò pagare» non è sempe minaccia

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Non è il caso di allarmarsi se, tra due persone in conflitto da anni, una montagna di denunce penali pendenti, scatta l'espressione “te la farò pagare”. Non si tratta di una minaccia, ma di un rimando a future azioni giudiziarie: interpretazione avvalorata proprio dalla mole del contenzioso.
Cassazione in controtendenza rispetto all'orientamento degli ultimi anni quando, nel 2015, una espressione analoga con “dito puntato”, indusse la suprema Corte a prefigurare una condanna penale per minaccia. O ancora quando - nel 2017 - stabilì che intimidire una persona con la promessa di una ritorsione futura può costituire reato.

Nella sentenza (la n. 44381) depositata ieri (26 settembre), i giudici hanno optato per una interpretazione più blanda, per certi versi dirompente: “visto il contesto in cui è stata proferita, non appare illogico pensare che tale espressione si riferisse all'esercizio di azioni giudiziarie e la prospettazione dell'esercizio di azioni giudiziarie, in quanto esplicazione di un diritto, non implica un danno ingiusto e quindi reato di minaccia”. L'esercizio di un diritto, dunque.
Ma ripercorriamo i fatti.
Nel 2013 il giudice di pace di Bologna condanna un uomo di Pomigliano d'Arco, colpevole di aver perseguitato e ingiuriato (articoli 594 e 612 del Codice penale) una donna del suo paese, al pagamento di una multa di 400 euro.
Vincente la mossa dell'imputato che, nell'aprile del 2017, presenta ricorso, ricordando che il reato di ingiuria è stato abrogato.
Ieri la sentenza che mette la pietra tombale sul caso. Più volte - ricordano i giudici - la Cassazione ha precisato che nel reato di minaccia l'elemento essenziale è la limitazione della libertà psichica, mediante la prospettazione del pericolo di un male ingiusto nei confronti della vittima. In questo caso - il giudizio dei giudici è categorico - la situazione non prefigura alcun male ingiusto e dunque non è ascrivibile al reato di minaccia.

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