Norme & Tributi

Il registro traviato dal risultato economico

riorganizzazioni aziendali

Il registro traviato dal risultato economico

Nell’immortale dramma shakespeariano, i problemi per Amleto (e non solo) iniziano con la comparsa di un fantasma. Anche per le riorganizzazioni aziendali del nostro Paese (che, piccole o grandi che siano, sono essenziali per lo sviluppo) i problemi sono iniziati con la comparsa di un fantasma, che sta infestando aule della giustizia tributaria, uffici dell’amministrazione finanziaria, studi professionali e sedi societarie. Si tratta dello spettro dell’articolo 20 del Dpr n. 131/1986 (Testo unico registro) o, meglio, dell’interpretazione che ne viene data dalla Corte di cassazione la quale, in estrema sintesi, riconduce gli effetti giuridici degli atti portati a registrazione a quelli economici. Che si tratti di un fantasma è fuori di dubbio: questa tesi ebbe vita terrena nel secolo scorso, ma terminò la sua esistenza per mano dell’articolo 19 del Dpr n. 634/1972, e fu proprio la Cassazione, in numerose sentenze (ex multis, 4374/1986 e 6902/1988), ad accertarne il decesso. Poi, come ogni fantasma che si rispetti, si è ripresentato nelle sentenze di legittimità sotto forme cangianti, dapprima come disposizione da leggere in chiave antielusiva, in seguito, più recentemente, come norma “di sistema” che nulla ha a che fare con l’elusione. Da buon spettro, si diverte a confondere le idee e si finisce per percepirne l’essenza sia quando paiono intravvedersi alcuni presupposti (la cessione d’azienda “spezzatino”), sia quando potrebbe palesarsi ma la legge lo impedisce (conferimento e successiva cessione di quote: articolo 176, comma 3, Tuir), sia quando proprio non ce n’è traccia (cessione della partecipazione totalitaria riqualificata in cessione d’azienda). E, diabolico com’è, non si presenta quando, applicando le stesse formule utilizzate per evocarlo, dovrebbe materializzarsi (cessione del 99% delle quote o, perché no, del 51%, con cui, come è ovvio, si trasferisce il dominio sull’azienda partecipata). Dopo anni di discussioni dottrinali (simili a sedute spiritiche), pareva che il legislatore avesse individuato il ghostbuster ideale, ossia l’articolo 10-bis della legge n. 212/2000, norma che vale per tutti i tributi e per tutte le situazioni, ma che, per la Cassazione, nulla può contro i poteri esoterici dell’articolo 20. Persino l’agenzia delle Entrate convive a disagio con questa creatura ultraterrena, al punto che risponde agli interpelli sulle riorganizzazioni d’impresa (vedi la risoluzione 97/E/2017) distinguendo tra imposte dirette (in cui la risposta è certa) e imposte indirette (in cui il possibile intervento dello spettro impedisce qualunque considerazione ragionevole).

Questo spirito maligno danneggia il sistema perché rende incerte le riorganizzazioni d’impresa e costringe gli operatori a prevederne i malefici effetti già in sede di contrattazione, escogitando clausole riguardanti la spettanza del maggior carico fiscale e del giudizio tributario che, quasi inevitabilmente, si manifesterà. Considerato che nelle aule tributarie non si riesce spesso a far passare il messaggio che i fantasmi non esistono, la prossima legge di Bilancio dovrebbe farsi carico di trovare l’esorcismo in grado di ricacciare, una volta per tutte, la creatura infernale nel passato da cui è arrivata.

© Riproduzione riservata