Norme & Tributi

L'appropriazione del progetto pubblicitario vìola il diritto…

corte di cassazione

L'appropriazione del progetto pubblicitario vìola il diritto d'autore

Vìola il diritto d'autore la ditta che sfrutta il progetto creativo di una azienda per pubblicare il proprio catalogo pubblicitario. A meno che non vi sia una clausola scritta che sancisca la cessione del diritto di sfruttamento. Lo ha messo nero su bianco la Corte di cassazione, nella sentenza 24062 depositata il 12 ottobre.

I fatti

Nel 2003 una srl commissionava ad una azienda la campagna promozionale per l'apertura di un nuovo punto vendita. Dalla collaborazione nasceva un primo catalogo promozionale, poi il black out. I due “book” sono stati affidati dalla stessa srl ad un'altra agenzia, finita sul banco degli imputati per aver utilizzato il risultato dell'attività creativa della concorrente che aveva prodotto l'originale.
Una modella ritratta alla guisa di una moderna Minerva, dalla cui testa escono oggetti propri del bricolage ed un invito a rivolgersi ad una azienda leader del settore, con lo slogan: “Vuoi fare di testa tua?”. Questa l'idea clonata, costata una condanna al risarcimento del danno derivato da illegittimo utilizzo del risultato dell'attività creativa per l'azienda committente. Che prontamente ha presentato ricorso in Cassazione. Ma senza alcun esito.

La decisione

Secondo la Suprema Corte, infatti, ha ragione la Corte di Genova nel rilevare che non ci sono dubbi sulla originalità e sulla creatività del messaggio promozionale veicolato dalla prima azienda: riconoscimento che, per la proprietà transitiva, mette nei guai l'azienda committente, assodato che il concetto giuridico di creatività coincide con quello di creazione, originalità e novità assoluta.
Sull'accusa nei confronti della committente pesa anche l'assenza di qualsiasi traccia che certifichi (in forma scritta) la cessione del diritto di sfruttamento dell'idea creativa originaria, anche per mancanza di forma scritta (modalità prevista per legge). L'unica clausola rintracciata nel contratto siglato con la prima azienda, si limitava infatti a sostenere che il messaggio era «eventualmente declinabile su altri mezzi pubblicitari».

© Riproduzione riservata