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Offendi via Facebook? Rischi di pagare multa e risarcimento danni

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Offendi via Facebook? Rischi di pagare multa e risarcimento danni

Le offese via Facebook non sono meno lesive di quelle perpetrate tramite altri canali e - pertanto - si scontano. Inutile trincerarsi dietro la scusa di un falso account: foto (del titolare), post e mancate denunce di furti di “identità virtuale” valgono come prove schiaccianti per inchiodare il titolare del canale social alle proprie responsabilità.

Non ha dubbi la Cassazione nel stigmatizzare la mala-condotta social di un operaio dell'Ilva, accusato di aver infangato la reputazione del proprio capo-area. Per lui mille euro di multa (più il risarcimento danni), come già deciso dal Tribunale di Taranto.

Nella sentenza 49506 del 27 ottobre i giudici della Suprema Corte ricostruiscono il caso, definendo criminoso il disegno messo in atto dall'operaio. Le frasi postate sulla sua bacheca ai danni del capo area sono inequivocabili: si tratta di messaggi contenenti riferimenti ad atteggiamenti autoritari del capo (“Qui comando io!”; “Non si parla di libertà!”), nei confronti dei suoi sottoposti, definiti “leccapiedi”.

Già la Corte territoriale non aveva avuto dubbi nel valutare la riconducibilità dei messaggi all'imputato (account, foto), tanto più che in un post si era fatto riferimento ad una querela da lui subita.

Nessuna apertura rispetto alle motivazioni contenute nel ricorso: non regge la contestazione di un gioco di ruolo inscenato dall'uomo, nè l'argomentazione della carenza di prove, o della mancata assunzione della prova decisiva.
Ancora: non ha trovato sponda l'accusa di contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in considerazione del fatto che, nella sentenza impugnata, non era stato chiarito se i messaggi, scritti sulla bacheca Facebook - luogo virtuale e come tale accessibile solo agli utilizzatori dei social - fossero opera della mano dell'operaio. Ciò, tanto più, considerati gli interventi di altri utenti sull'argomento e l'impossibilità di certezze tecniche.

Ma i giudici non hanno dubbi: l'account Facebook ha un titolare ben preciso, responsabile di tutto ciò che viene postato sul canale social.
Il ricorso pertanto è respinto. La sanzione confermata.

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