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Bancarotta, estesa la non punibilità

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Bancarotta, estesa la non punibilità

C’è un rischio penale nella riforma fallimentare. Ed è quello dell’impatto sui processi in corso. Che potrebbero essere investiti dall’estinzione per effetto dell’applicazione della nuova causa di non punibilità. E questo sul piano diretto. Su quello indiretto, invece, all’estinzione del giudizio si potrebbe arrivare per l’effetto prescrizione. L’allarme arriva dal seminario dei pubblici ministeri, dei giudici delegati e dell’esecuzione, organizzato da Cespec, che vede 250 magistrati di tutta Italia a confrontarsi a Venezia sui temi della crisi d’impresa.

Tema delicato e di estrema attualità, visto che la fase della redazione del decreto legislativo è in un momento chiave: la commissione Rordorf/2 è in piena attività con l’obiettivo di chiudere i lavori entro il 10 gennaio, ma è diffusa la consapevolezza di dovere accelerare il più possibile i tempi con la fine della legislatura ormai alle porte. E un gruppo di lavoro della commissione è proprio dedicato al tema del rapporto con il penale fallimentare.

Centrale nel progetto di riforma, e aspetto che forse più di altri lo caratterizza, è l’introduzione delle misure di allerta, con l’obiettivo, ormai condiviso, di permettere l’emersione tempestiva delle crisi d’impresa prima della deriva nell’insolvenza, ma anche con qualche effetto collaterale forse non previsto e di sicuro ora sgradito. Perché per favorire un imprenditore magari comprensibilmente ritroso a uscire allo scoperto rendendo manifesta la situazione di difficoltà la delega mette in campo anche una serie di incentivi di natura penale.

Si prevede cioè, a favore dell’imprenditore che ha tempestivamente proposto domanda di composizione assistita della crisi o chiesto l’omologazione di un accordo di ristrutturazione del debito o, ancora, un piano di concordato preventivo o, infine, ricorso per l’apertura della procedura giudiziale, una causa di non punibilità per il reato di bancarotta semplice e per tutti gli altri reati previsti dalla legge fallimentare quando hanno provocato un danno di lieve entità. Ad arricchire il ventaglio di convenienza penale c’è la previsione di un’attenuante a effetto speciale per tutti gli altri delitti.

Una previsione tutto sommato abbastanza chiara per un obiettivo altrettanto evidente. A complicare le cose, però, c’è l’efficacia retroattiva della disposizione che difficilmente potrà essere sterilizzata dal decreto legislativo. Dello “scudo” penale potrà essere chiesta l’applicazione anche nei giudizi in corso. In primo grado, in appello e, con problematiche tutte particolari, anche in Cassazione.

Gli imputati potranno cioè chiedere gli venga applicato quanto previsto dalla delega, sostenendo di essersi comunque mossi per evitare il degenerare della crisi nelle modalità previste. A quel punto l’autorità giudiziaria dovrà fermare il procedimento per accertare la fondatezza della richiesta. Con la conseguenza di allungare i tempi per la sentenza e rischio prescrizione, tenuto per esempio conto dei termini non lunghissimi in caso di bancarotta semplice, e di dichiarare magari l’estinzione del reato per effetto dell’applicazione della causa di non punibilità.

A venire inoltre probabilmente travolta sarebbe poi anche l’azione civile proposta in sede penale. Ci sono infatti pronunce, in sede di applicazione della nuova causa di non punibilità per tenuità del fatto, che ritengono impossibile decidere sulla domanda civile in assenza di una condanna.

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