Norme & Tributi

All’estero fatture false per 1,6 miliardi

Non solo paradise papers

All’estero fatture false per 1,6 miliardi

Non solo Paradise papers. La lotta all’evasione internazionale si concentra su un articolato piano di interventi comprese le “classiche” frodi internazionali. Da queste ultime, secondo le elaborazioni del Sole 24 Ore sulle principali operazioni effettuate dalla Guardia di Finanza nei primi 10 mesi del 2017, è emerso un giro di fatture false per 1,6 miliardi. A cui si aggiunge un imponibile sottratto alla tassazione delle imposte dirette di circa si aggira 400 milioni mentre l’Iva non dichiarata o non versata è superiore ai 200 milioni. Naturalmente è solo uno spaccato dei 1.700 interventi tra ispezioni e indagini effettuate.

Un’arma in più nel contrasto all’evasione internazionale è rappresentato dallo scambio di dati e dall’utilizzo delle liste, come sicuramente potrà accadere con i Paradise papers su cui si è già concentrata l’attenzione dei media e, a breve, anche quella dell’amministrazione finanziaria italiana. Sulla falsariga di quanto è già successo per i Panama papers. Già, perché da quella lista si è partiti per approfondire le singole situazioni con un meccanismo che ha visto l’elaborazione di un elenco di nomi tra residenti in Italia, iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residente all’estero), titolari di società offshore attraverso titoli al portatore (i cosiddetti bearers), per i quali sono partite richieste di dati alle amministrazioni fiscali estere nell’ottica di avviare ispezioni mirate.

Un assist al lavoro della Guardia di Finanza è arrivato anche dalla voluntary disclosure. O meglio da quanti, pur avendo patrimoni all’estero non dichiarati al Fisco italiano, hanno scelto di non aderire al rientro dei capitali. Sotto esame le posizioni di 13mila soggetti connotati da un maggior rischio di evasione fiscale.

A far scattare il campanello dall’allarme possono essere stati anche rilevanti movimenti finanziari da e verso altri Stati. Il piano, in questo caso in corso già dal 2016, ha portato a 5.440 ispezioni, “confluite” poi in 1.536 rilievi. Stando agli esiti riscontrati si capisce che, nonostante le ripetute opportunità concesse ai contribuenti italiani di mettersi in regola e lo spauracchio dello scambio automatico delle informazioni finanziarie (già partito e che dal prossimo anno verrà ulteriormente esteso fino a coinvolgere quasi 100 Paesi), il vizio di trasferire illecitamente ricchezze oltreconfine comunque non è venuto meno. Le cifre delle contestazioni mosse parlano di 460 milioni di proventi non tassati sulle imposte dirette e 44 milioni di Iva evasa. E sono 315 gli evasori totali scoperti, ossia quelli che non hanno mai dichiarato un euro.

La mole (sempre più) consistente di informazioni a disposizione sta portando anche ad affinare le tecniche di incrocio dei dati. Ad esempio, le Fiamme gialle hanno “associato” a circa 3mila soggetti altri elementi disponibili, come le segnalazioni per operazioni sospette per l’antiriciclaggio, i precedenti di polizia. Da questo lavorio informatico sono stati individuati i contribuenti maggiormente in odore di evasione internazionale, i cui dossier sono stati sottoposti agli approfondimenti dei reparti territoriali.

Ma la voluntary disclosure, o meglio ancora una volta la mancata adesione al programma di rientro dei capitali (per il quale sono state aperte ben due finestre, la seconda della quale scaduta il 2 ottobre scorso), è diventata una fonte d’innesco anche per verificare eventuali violazioni antiriciclaggio. Verifiche che hanno portato anche ad accertare fenomeni di autoriciclaggio. Da gennaio a ottobre di quest’anno le 167 indagini effettuate hanno portato alla denuncia di 316 persone (30 delle quali arrestate) e a sequestri per 54 milioni. Il dato che, però, maggiormente impressiona è il fatto che sia triplicato rispetto allo stesso periodo del 2016 il reimpiego o il riutilizzo di somme illecite con l’autoriciclaggio, superando i 220 milioni di euro.

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