Norme & Tributi

Semplificare il sistema per rendere comprensibili le decisioni dei giudici

Cittadino e giustizia

Semplificare il sistema per rendere comprensibili le decisioni dei giudici

Reuters
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La sentenza è pronunciata in nome del popolo italiano. Così almeno dispone l’articolo 125 del Codice di procedura penale, al comma 2. E a rincarare la dose, il monito della Carta Costituzionale, il cui l’articolo 101 si apre con la dichiarazione di principio che «La giustizia è amministrata in nome del popolo».

Ma se poi il popolo italiano, il legittimo destinatario, non intende il significato e si smarrisce nei meandri insidiosi del formalismo, come la mettiamo? È il dato sconfortante che si ricava da un sondaggio del Consiglio d’Europa, datato 2013 ma ancora attuale, sulla comprensibilità delle decisioni emesse dai giudici nei rispettivi Paesi. Ebbene, in Italia solo il 14% degli intervistati ammette di essere pienamente soddisfatto, contro la media europeadel 46% e addirittura con un gap di 14 punti percentuali inferiore rispetto alla Nazione con il minor tasso di fiducia. Ora, se è facile individuare le cause che concorrono a generare un clima negativo, pressoché impossibile è trovare il bandolo della matassa.

Proviamo allora a elencarne alcune, senza pretesa di completezza. Innanzi tutto, la normativa vigente: un ammasso di regole, stratificate nel tempo, carenti di una riforma organica che metta ordine e faccia sistema. Inoltre, la tecnica di redazione dei testi legislativi, specie nel settore penale, spesso poco comprensibile già sul piano linguistico. Un risultato tutto sommato ’coerente’ con i molteplici passaggi parlamentari e aperto alle inevitabili intese, o meglio compromessi, in vista dell’approvazione finale. Così, scelte ispirate al disincantato pragmatismo dell’obiettivo da perseguire sacrificano la purezza dei contenuti. Ma accanto a ciò si fa strada il meccanismo perverso di un legislatore che intenzionalmente delega il giudice nell’interpretazione, con il recondito fine di non impegnarsi apertamente nella soluzione di problemi politicamente scomodi, salvaguardando il proprio consenso elettorale e passando la patata bollente al potere giudiziario. Cosicché, soprattutto in aree sensibili, le norme varate sono porose, leggibili in varie direzioni, dichiaratamente esposte all’effetto riempitivo dell’applicazione giurisprudenziale. Un esempio riguarda la legislazione antiterrorismo, che punisce le condotte di partecipazione a una milizia terroristica, di arruolamento e di addestramento, consegnando nelle mani del giudice la probatio diabolica di distinguere situazioni che non trovano a monte alcuna definizione a sostegno. Dal canto suo, la magistratura italiana è ben lieta di supplire alle inerzie della politica e di alimentare le offerte votive al totem della soluzione dei conflitti sociali con un ruolo creativo. Ancora un esempio si rivela utile. Il Kirpan è un pugnaletto sacro che la religione Sikh impone ai propri seguaci di indossare come oggetto di culto. Almeno sino ad oggi non si sono registrati casi di aggressione a terzi dipendenti da esso. Ma, secondo la normativa vigente, si tratta di porto di arma impropria, come tale punito, a meno che non ricorra un «giustificato motivo». Ebbene, il compito di fare chiarezza, in difetto di un codicillo che specificasse se i fattori culturali potessero annoverarsi quali ragioni giustificative, si è lasciato alla giurisprudenza, che in maniera ondivaga e richiamando l’adesione a presunti valori occidentali, ha deciso per il divieto di indossare il Kirpan. Ciò però genera, da un lato, l’effetto-leva dell’incremento dei procedimenti penali, il cui innesco è di frequente dettato da motivazioni poco nobili, riassumibili nell’intento di provocare fastidio e disdoro all’incolpato di turno, dall’altro comporta inevitabilmente incertezza nella pronuncia finale. Non di rado si assiste così a una girandola di decisioni contrastanti, basate sul medesimo materiale probatorio, che finiscono con l’allungare i tempi della giustizia e alimentare la sfiducia del cittadino, al quale sfugge se tali mutamenti siano frutto di errori o di differenti visioni culturali. Se allora si vuole quanto meno invertire la china, è necessario intervenire sui fattori che incidono a monte e provare a disinnescare gli automatismi che si generano, tra cui l’apertura di un procedimento penale e soprattutto l’iscrizione nel registro degli indagati, una misura nata con il lodevole scopo di garantire l’adeguata conoscenza, funzionale all’efficace difesa e trasformatasi in una gogna mediatica e nell’anticipazione di colpevolezza. In questa condivisibile direzione si muove la circolare interna del 2 ottobre del Procuratore di Roma, che, nel dare istruzioni sul quando e se iscrivere qualcuno nel registro degli indagati, smarca il pm da una visione burocratica segnalando come tale iscrizione debba avvenire formalmente attraverso un’individuazione mirata e selettiva del presunto responsabile del reato, ma sostanzialmente con un occhio alle negative implicazioni reputazionali ed economiche che produce.

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