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Il consiglio nazionale dei commercialisti in campo contro il “caporalato…

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Il consiglio nazionale dei commercialisti in campo contro il “caporalato professionale”

L’equo compenso è certamente una strada per opporsi alle situazioni di abuso da dipendenza economia. La sua introduzione nel decreto fiscale potrebbe aiutare a risolvere diverse problematiche emerse dopo l’abolizione delle tariffe prima - da parte del ministro Bersani con le famose lenzuolate - e dal Governo Monti poi. Il tema è molto sentito, anche da professioni considerate “forti” come quella dei dottori commercialisti. Per questo all’«Abuso di dipendenza economica del professionista» è stato dedicato un convegno che si è svolto ieri a Milano presso la sede dell’Ordine dei dottori commercialisti.

«In Italia le professioni scontano un eccesso di offerta - spiega il segretario del Consiglio nazionale della categoria, Achille Coppola - dovuto anche all’incapacità del mondo del lavoro dipendente di assorbirne una parte. Un fenomeno che ha comportato un aumento di offerta con il conseguente calo dei costi dei servizi. A questo fenomeno si sono affiancati più moltiplicatori, l’eleminazione delle tariffe da una parte, che di fatto non venivano più applicate, e la variabile tecnologica». Secondo Achille Coppola la soluzione è cambiare il modello di business: «Il nostro valore è essere i consulenti abituali dell’impresa - dice Coppola - e per farlo serve un’integrazione dell’offerta di servizi; il singolo da solo non ce la fa». Dato lo scenario in trasformazione e altamente concorrenziale il Consiglio nazionale ha alzato molto l’attenzione contro gli abusi: «Lo sfruttamento non sarà tollerato - avvisa Coppola - e io spero che nel contrastare queste situazioni entri in campo anche la giustizia penale».

Il consigliere nazionale delegato ai compensi ed onorari professionali, Giorgio Luchetta, parla di «caporalato intellettuale» e avvisa che il Consiglio nazionale intende avviare una serie di “cause pilota” per chiedere giustizia nei tribunali. Lucchetta, inoltre, evidenzia che, nonostante il reddito nominale dei commercialisti abbia “tenuto” alla crisi in realtà dal 2007 al 2015 in termini reali è calato del 13 per cento.

Ma perché in passato si decise di eliminare le tariffe? Secondo il giuslavorista Marco Biasi, dell’Università di Milano c’è stato un “eccesso di zelo”. La vulgata vuole che sia stata l’Unione Europea - che da sempre difende il libero mercato - a chiederne l’eliminazione. In realtà le sentenze della Corte di giustizia europea hanno bocciato le “tariffe” quando queste non ottenevano un riconoscimento da parte dello Stato, altrimenti le hanno sempre considerate legittime. Diversa è la posizione della Commissione, che allinea i professionisti alle imprese (perché è impresa tutto ciò che esercita un’attività economica), da sempre “fredda” nei confronti delle tariffe.

Durante il convegno Pietro Paolo Ferraro, dell’Università della Campania, ha spiegato come funziona il divieto di abuso di dipendenza economica del professionista mentre Oreste Pallotta, dell’Università Federico II di Napoli, ha raccontato un caso concreto di “abuso di dipendenza economica” oggi tutelato dall’articolo 3 del Jobs Act degli autonomi (legge 81/2017) - e domani anche dall’equo compenso.

Il caso concreto

A conclusione del convegno è stato presentato un esempio reale di abuso da posizione dominante. Un professionista di Roma, con studio in centro, offre consulenza a una grande multinazionale per 15 anni, una consulenza che gli garantisce il 90% dell’intero fatturato , pari a 90mila euro al mese; quando arriva in nuovo amministratore delegato, rescinde il contratto (biennale con rinnovo automatico salvo disdetta) senza preavviso adducendo una serie di intemperanze e “si vanta” nei salotti romani di questa sua decisione, precludendo al professionista la possibilità di trovare nuovi clienti. Il professionista, che aveva strutturato lo studio per venire in contro alle esigenze della multinazionale si trova così a sostenere costi di studio pari a 40mila euro al mese senza avere più il cliente.

Quali sono le possibili soluzioni legali?

1) Nullità di protezione (ma al professionista non giova e viene quindi scartata);

2) principio risarcitorio (rimedio che opera nella fase patologica del rapporto quando già interrotto) ;

3) tutela inibitoria (cioè prosecuzione forzata del rapporto) su cui non c’è unanimità di vedute.

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