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Studi di settore, il 28% non si adegua

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Studi di settore, il 28% non si adegua

Chi pensa che gli studi di settore possano rappresentare una messa a fuoco totale e definitiva dell’evasione fiscale in Italia probabilmente rimarrà deluso. Da un lato, perché l’evasione è un fenomeno multiforme e difficilmente liquidabile con i dati relativi a 3,3 milioni di partite Iva (a proposito, la platea è in calo del 12,6% rispetto all’anno d’imposta 2014 per effetto della prevedibile fuga verso il regime forfettario che non è soggetto all’obbligo). Dall’altro, perché i dati medi finiscono per appiattire e non consentono di considerare una pluralità di differenze: dalla localizzazione geografica all’età anagrafica, dalla forma sociale al tipo di attività o addirittura di specializzazione all’interno solo per citarne alcuni. Eppure, qualche indicazione utile dai dati pubblicati ieri dall’agenzia delle Entrate sull’anno d’imposta 2016, quindi i modelli appena presentati, si può trarre.

A cominciare da chi si adegua naturalmente o in dichiarazione. Con il doppio livello di congruità (è questo il termine tecnico per definirlo) naturale o in dichiarazione, finisce per allinearsi con il risultato atteso dal Fisco il 71,8% ossia oltre 2,3 milioni di contribuenti. Letto al contrario che il 28,2% non si adegua: percentuale a cui corrisponde circa un milione di soggetti. Anche qui, però, è necessaria molta attenzione. In alcuni casi la percentuale risulta più elevata: nei servizi, nelle manifatture e nel commercio si supera l’asticella del 31 per cento. Se si scende ulteriormente nel dettaglio si possono trovare situazioni in cui i non congrui inizialmente superano il 50% (l’agenzia Ansa ha evidenziato come questo sia il caso, ad esempio, di barbieri o parrucchieri), che però migliorano la loro situazione attraverso l’adeguamento in dichiarazione. O all’opposto ci sono situazioni virtuose come amministratori di condominio o laboratori di analisi che con l’adeguamento arrivano a toccare percentuali di congruità sul 70 per cento. Merito, probabilmente, anche delle misure di contrasto degli interessi o di accompagnamento alla compliance con l’incrocio dei dati (un caso è quello delle lettere) messe in campo negli ultimi anni. Nel complesso, i professionisti raggiungono addirittura l’84,5% di congruità anche a seguito dell’adeguamento.

Va messo in chiaro un altro aspetto. Non si può fare un’automatica equazione tra non congruità ed evasione. Anche perché è il contribuente stesso a indicare nel campo «Note aggiuntive» le ragioni che lo hanno portato a distaccarsi dagli standard attesi. E ci potrebbero essere dentro, tanto per citare qualche caso, la ristrutturazione dell’attività, i mancati pagamenti per la chiusura di un creditore o altre ragioni che hanno impedito il normale svolgimento.

Ciò non toglie che ci sia uno zocccolo duro di chi non intende adeguarsi, rischiando così un futuro controllo. Si tratterà ora di vedere come l’annunciata rivoluzione degli Isa (indicatori sintetici di affidabilità) al debutto dal prossimo anno riuscirà a scalfire anche questi comportamenti.

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