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Ingiusta detenzione, nessun risarcimento per chi si avvale della…

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CORTE DI CASSAZIONE

Ingiusta detenzione, nessun risarcimento per chi si avvale della facoltà di non rispondere

(Marka)
(Marka)

Non può essere riconosciuto l'indennizzo per ingiusta detenzione a un padre assolto dall’accusa di aver violentato la figlia, se questi si è avvalso della facoltà di non rispondere. Se, infatti, avesse collaborato durante l'interrogatorio, sarebbero emerse immediatamente tutte quelle incongruenze che hanno poi determinato la sentenza di assoluzione.

Non ha dubbi la Corte di cassazione nel respingere al mittente la richiesta di indennizzo (100mila euro) presentata da un uomo abruzzese condannato a quattro anni e due mesi di reclusione dal gip del tribunale di Vasto, ma poi assolto dalla Corte di appello «perché il fatto non sussiste».

Scagionato dall'accusa di aver abusato della figlia, l'uomo ha però presentato ricorso contro la sentenza di assoluzione, contestando il fatto di non essersi visto riconosciuto il risarcimento. Un niet che è stato avallato anche dalla Corte di cassazione, per una serie di motivazioni ben documentate nella sentenza 53560, depositata il 27 novembre.

La necessità di indennizzare con un riconoscimento di natura patrimoniale un soggetto raggiunto ingiustamente da un provvedimento restrittivo della libertà personale - scrivono i giudici - si pone quando la persona in questione dimostri di essere rimasta assolutamente estranea alla vicenda delittuosa nella quale era stata ritenuta ingiustamente coinvolta. Principi non applicabili a un soggetto il quale, con il proprio comportamento, abbia creato i presupposti per indurre l'autorità ad intervenire con un provvedimento di rigore, e sia poi stato assolto - doverosamente e legittimamente - in conseguenza dell'applicazione di norme e principi che regolano specificamente ed esclusivamente il giudizio penale.

I giudici si soffermano a lungo sulla possibilità di avvalersi della facoltà di non rispondere in sede di interrogatorio di garanzia: un diritto dovuto all'indagato, che talvolta può risolversi in un boomerang. Quando, infatti, il quadro di indizi raccolti a suo carico è particolarmente grave, egli farebbe meglio a fornire tutti quegli elementi chiarificatori relativi alla sua posizione e alla sua eventuale estraneità dal quadro indiziario.

Nel caso esaminato dalla Cassazione, invece, gli elementi che hanno condotto la Corte di appello a pronunciare l'assoluzione, sono stati valutati solo dopo che il perito di Corte ha censurato la metodica utilizzata dall'esperto nominato in sede di incidente probatorio. Da qui i dubbi sulla capacità di testimoniare della minore, bollata come «generica» e pertanto inattendibile. Una valutazione che ha prodotto l'assoluzione per il padre.

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