Norme & Tributi

Sulle partecipazioni occasione sprecata per ristabilire equità

Osservatorio Fondazione Bruno Visentini - Ceradi

Sulle partecipazioni occasione sprecata per ristabilire equità

>Il disegno di legge di bilancio 2018 (approvato in prima lettura dal Senato e che ora passa all’esame della Camera) prevede l’abrogazione, in via pratica, della distinzione tra «partecipazioni sociali qualificate» e «partecipazioni sociali non qualificate» (essa mantiene rilievo solo per limitati fini concernenti per lo più obblighi procedurali e rapporti con i non residenti).

Questa distinzione ha origini risalenti nel sistema tributario. Essa si rinviene fin dal Dpr 597/1973, che prevedeva (all’allora articolo 76) che le plusvalenze conseguite al di fuori del reddito d’impresa dovessero concorrere alla formazione del reddito complessivo delle persone fisiche, come redditi diversi, se realizzate mediante operazioni poste in essere con fini speculativi. Solo nel 1984, per effetto del Dl 853, fu introdotta la presunzione assoluta che le cessioni di partecipazioni sociali a titolo oneroso fossero fatte con fini speculativi se avevano per oggetto partecipazioni superiori a specifiche soglie del capitale della società partecipata diversificate secondo che si trattasse di azioni quotate in borsa o meno. Successivamente le percentuali sono state meglio definite e l’assetto che il legislatore si appresta a modificare risale al Dlgs 461/1997.

Queste qualificazioni servivano ad assicurare meccanismi differenziati di tassazione per i soci/imprenditori (ovverosia i soci interessati alla gestione della società) rispetto ai soci/risparmiatori (ovverosia i soci interessati solo alla remunerazione del loro investimento). I primi, che, come visto, venivano individuati tra coloro che, per effetto del numero di partecipazioni possedute, erano in grado di incidere sulle scelte gestionali dell’impresa, erano considerati titolari di maggiore capacità contributiva. I secondi, che erano, invece, coloro che non superavano tali soglie e, dunque, non erano da soli in grado di imprimere alcuna direzione all’attività sociale, venivano considerati come possibili destinatari di misure di favore.

I regimi fiscali applicati a queste due categorie di soggetti, inizialmente ben distinti tra loro, si sono via via allineati. Questo processo ha avuto inizio con la riforma Ires ed è stato proseguito dai vari interventi che si sono succeduti nel tempo che hanno elevato la misura dell’aliquota dell’imposta sostitutiva dal 12,50% al 20% e poi al 26 per cento. È stato così progressivamente avvicinato il livello di tassazione dei titolari di partecipazioni non qualificate a quello dei titolari di partecipazioni qualificate fino addirittura a rendere la tassazione aggregata delle società e dei soci titolari di partecipazioni non qualificate, seppur di poco, superiore a quella aggregata delle società e dei soci titolari di partecipazioni qualificate.

L’intervento del legislatore ha correttamente voluto correggere questa indubbia stortura allineando al medesimo livello non più solo di fatto, ma anche di diritto, i titolari di entrambe le tipologie di partecipazioni.

Il rimedio rischia però di essere peggiore del male.

La legge di bilancio 2018 potrà costituire la definitiva rinuncia del legislatore a qualunque forma di discriminazione qualitativa nella tassazione dei dividendi e delle plusvalenze. Se la norma sarà approvata «piccoli risparmiatori», «grandi investitori» (ovverosia coloro che agiscono al di fuori dell’attività di impresa cui si applicherà la tassazione sostituiva) e «investitori professionali» (ovverosia i titolari di reddito di impresa cui si applicherà il meccanismo dell’esenzione) sconteranno di fatto la medesima tassazione.

Il legislatore avrebbe potuto percorrere altre strade, per correggere il sistema vigente, valorizzando le differenze tra le varie tipologie di contribuenti.

1) In primo luogo, un intervento più equo del legislatore non avrebbe aumentato la tassazione dei titolari di partecipazioni qualificate, ma avrebbe abbassato quella dei titolari di partecipazioni non qualificate. Fino ad oggi essi erano penalizzati dai continui aumenti della aliquota loro applicata e dalla mancanza della possibilità di rinunciare alla tassazione cedolare in favore di quella progressiva. Forse sarebbe stato almeno più equo reintrodurre tale possibilità.

2) In secondo luogo, invece, di prevedere un indiscriminato allineamento della tassazione di titolari di partecipazioni qualificate e non, si sarebbero potute introdurre aliquote differenziate per gli uni e per gli altri. In altri termini si sarebbe meglio potuta meglio modulare la tassazione su tali soggetti secondo una rosa di aliquote anche con carattere di progressività.

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