Norme & Tributi

Assegni, età, cumulo: ecco tutte le novità 2018 per…

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CHE COSA CAMBIA DAL PROSSIMO ANNO

Assegni, età, cumulo: ecco tutte le novità 2018 per le pensioni

(Fotolia)
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L’innalzamento generalizzato di cinque mesi dei requisiti per andare in pensione che tanto ha fatto discutere nelle ultime settimane scatterà nel 2019. Ciò non toglie, però, che da gennaio per andare in pensione, in alcuni casi, si dovrà attendere qualche mese in più. Infatti l’anno prossimo verrà parificato il requisito anagrafico per accedere al trattamento di vecchiaia: sia uomini che donne dovranno avere almeno 66 anni e 7 mesi di età. Di conseguenza la pensione si “allontanerà” per le lavoratrici autonome, alle quali quest’anno sono richiesti 66 anni e 1 mese, e per le dipendenti del settore privato, a cui bastano 65 anni e 7 mesi.

In questo modo si conclude il percorso avviato anni fa a seguito della sentenza della Corte di giustizia Ue del 13 novembre 2008, con cui erano stati ritenuti illegittimi i requisiti differenziati tra donne e uomini (60 e 65 anni) allora previsti per il pensionamento dei dipendenti pubblici, decisione da cui è poi derivata la decisione del governo italiano di parificare i minimi richiesti ai due sessi. Per le dipendenti della pubblica amministrazione la soglia dei 66 anni e 7 mesi è già stata raggiunta nel 2016 ed è attualmente in vigore.

Inoltre sarà necessario avere un anno in più di età per accedere all’assegno sociale, perché si passerà dagli attuali 65 anni e 7 mesi a 66 anni e 7 mesi, come stabilito già nel 2011 dalla riforma previdenziale Monti-Fornero. I requisiti per le altre tipologie di pensione, invece, non cambieranno.

CHE COSA CAMBIA DALL’IMPORTO ALL’ETÀ

L'anno prossimo l'importo degli assegni aumenterà per effetto
dell'inflazione di riferimento provvisoria relativa al 2017 (+1,1%). Ma
l'incremento pieno viene riconosciuto alle pensioni di importo fino
a 3 volte il minimo. Per i valori superiori l'aliquota di rivalutazione
si riduce progressivamente

Il cumulo dei professionisti
Queste regole valgono per gli iscritti all’Inps, in quanto per i professionisti che versano i contributi alle Casse di previdenza di settore possono essere previsti requisiti differenti. Per questi ultimi, però, nel 2018 dovrebbe diventare concretamente operativo il cumulo dei contributi introdotto un anno fa dalla legge di bilancio 2017. Il cumulo consente di sommare i contributi versati in gestioni differenti e così raggiungere più facilmente i requisiti necessari per il pensionamento.

L’attuazione della norma, tuttavia, si è rivelata piuttosto complicata, soprattutto per la pensione di vecchiaia in quanto, sulla base dell’autonomia loro conferita, le Casse nel corso del tempo hanno fissato requisiti e regole di pensionamento differenziate tra le Casse stesse e nei confronti dell’Inps.

Negli ultimi mesi di quest’anno diversi enti previdenziali hanno comunque messo nero su bianco le nuove regole e inviato le relative delibere ai ministeri vigilanti per ottenere l’approvazione. Una volta sottoscritte le convenzioni con l’Inps, le pensioni in cumulo potranno essere effettivamente erogate. I professionisti potenzialmente interessati a questa opzione sono oltre 400mila (si veda il Sole 24 Ore del 30 ottobre).

Assegni in aumento
Il prossimo anno, inoltre, porta una buona notizia per chi la pensione già la incassa. Infatti dopo due anni di importi invariati, nel 2018 gli assegni previdenziali aumenteranno, seppur di poco. È l’effetto del ritorno dell’inflazione di riferimento, quella a cui sono agganciate le prestazioni previdenziali e assistenziali. Nel 2015 e nel 2016 i prezzi sono rimasti congelati e di conseguenza l’importo delle pensioni non è cambiato. Invece l’inflazione provvisoria del 2017 è +1,1%, e quindi l’anno prossimo scatteranno dei piccoli aumenti. Il trattamento minimo, per esempio, passerà dagli attuali 501,89 euro lordi mensili a 507,41 euro.

Tuttavia, per effetto dell’attuale meccanismo di perequazione, l’adeguamento pieno all’inflazione viene riconosciuto solo agli assegni di importo fino a 3 volte il minimo. Oltre tale soglia l’aliquota scende progressivamente e quindi invece dell’1,1% il ritocco sarà via via più basso fino allo 0,495% (il 45% dell’1,1%) di chi ha una trattamento oltre sei volte il minimo, cioè 3.011,34 euro.

Dato che le pensioni sono pagate per tredici mensilità, nella maggior parte dei casi l’aumento lordo oscillerà tra i 70 e i 270 euro in un anno. Tuttavia i pensionati, oltre che ricevere, dovranno restituire una piccola parte di quanto incassato in più nel 2015. Infatti quell’anno è stato prima riconosciuto un adeguamento all’inflazione provvisoria del 2014 pari a +0,3%; quella definitiva invece è stata dello 0,2 per cento.

Di conseguenza a inizio 2016 sarebbe dovuto scattare il conguaglio negativo. Però dato che l’anno scorso non c’è stata rivalutazione e i pensionati nei fatti avrebbero subito una decurtazione, il recupero è stato rimandato al 2017 e poi al 2018. Si tratta comunque di importi limitati, che probabilmente verranno spalmati su più rate (come già era stato ipotizzato all’inizio del 2017 salvo poi rinviare l’operazione).

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