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Il non profit studia le leve della finanza

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Il non profit studia le leve della finanza

In comune hanno la terminologia inglese: si chiamano, a seconda dei casi, impact investing, social lending, equity crowdfunding. Analoga anche la finalità, al netto delle differenze di natura tecnica: sono strumenti per migliorare la dotazione finanziaria delle organizzazioni di terzo settore, soprattutto delle imprese sociali, enti che declinano nell’attività produttiva di beni e servizi la propria natura non profit e gli scopi di interesse generale.

La riforma del terzo settore, in particolare il decreto legislativo n.112/17, ne promuove lo sviluppo, sia attraverso consistenti agevolazioni fiscali per gli investitori, sia grazie all’attenuazione dello storico vincolo alla distribuzione degli utili, che dovrebbe consentire di attrarre i capitali cosiddetti “pazienti”, che non vengono allocati con finalità speculative, ma con obiettivi di crescita equilibrata e sostenibile nel medio-lungo termine.

Che destino avranno questi strumenti? Andranno incontro a un alto gradimento e diventeranno una leva per lo sviluppo del terzo settore cosiddetto “evoluto” oppure, esaurito l’entusiasmo dei primi approcci, resteranno deboli e marginali?

Nelle scorse settimane si sono susseguite diverse manifestazioni d’interesse da parte del mondo finanziario sul nuovo campo di gioco che si è aperto tra cultura profit e non profit. A novembre si è svolta, tra l’altro, un’intera decade dedicata agli investimenti sostenibili e responsabili, promossa dall’omonimo Forum nazionale, con eventi e convegni tra Roma e Milano. Contemporaneamente, una serie di studi e ricerche hanno evidenziato e rimarcato il forte trend di crescita di tutti gli strumenti di finanza sostenibile, dai green ai social bond, dai fondi agli etf , fino agli investimenti a impatto, una “nicchia” che in Italia si è fatta largo per impulso principalmente delle fondazioni di origine bancaria e che ora è sotto la lente anche degli operatori a prevalente orientamento di mercato.

Se, dunque, risulta acquisito il fatto che oggi esiste una buona offerta (almeno potenziale), resta sul tavolo l’altro corno del dilemma: esiste anche un’adeguata domanda? In altre parole, il mondo non profit è attrezzato e interessato a cogliere le nuove opportunità che sia le riforme normative, sia le strategie finanziarie rendono disponibili?

Un’indagine dell’Osservatorio Isnet sull’impresa sociale non ha fornito risposte incoraggianti. Su un panel di 400 imprese sociali intervistate il 40% hanno confessato di non conoscere l’esistenza dei nuovi strumenti. Un altro 25% ne ha sentito parlare ma non sa dire che cosa siano, il 23% dichiara di non avere necessità di capitali, l’8% è informato ma contrario perché teme “intromissioni” nel capitale o nella governance e solo il rimanente 4% ritiene utile attivarsi per approfondire la materia e trarne vantaggio.

«Abbiamo effettivamente registrato una resistenza al cambiamento, anche se c’è una parte di imprese molto innovativa - commenta Laura Bongiovanni, presidente di Isnet e responsabile dell’Osservatorio -. La riforma del terzo settore deve ora cercare di valorizzare gli elementi identitari del non profit produttivo, che restano importanti».

«L’offerta è cresciuta in modo sostanzioso, ma in un contesto delicato come il terzo settore non basta a creare il mercato - osserva da parte sua Davide Invernizzi, direttore dell’area servizi alla persona di Fondazione Cariplo -. C’è bisogno di capacity building, di una cultura in grado di far parlare mondi diversi e promuovere l’innovazione sociale». Da qui, non a caso, l’impegno della fondazione presieduta da Giuseppe Guzzetti in un nuovo programma intersettoriale sull’innovazione sociale, con una dote iniziale di 18,5 milioni di euro. Il piano affiancherà formazione e sostegno economico, utilizzando risorse professionali e metodologie tipiche del settore profit per accrescere il know how del management non profit.

«Dobbiamo lavorare intensamente sulla domanda, per colmare il deficit di innovazione sociale che ancora si registra», sostiene Giovanni Fosti, presidente della neonata fondazione Social Venture Giordano dell’Amore. Formazione, advisory e investimenti sociali le punte del “tridente” per fertilizzare il terreno.

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