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Se l’ostentazione del lusso sui social diventa una prova per il Fisco e…

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vacanze di natale

Se l’ostentazione del lusso sui social diventa una prova per il Fisco e per tribunali

(Marka)
(Marka)

Un mondo da favola. Abiti sfavillanti, mare cristallino, cene eleganti.
Sembrerebbe un sogno, se non fosse la versione social di una vita normale.
Sì, perché tutti o quasi cedono almeno una volta alla tentazione di ostentare sui social network uno status invidiabile. A finire nel mirino del web in questi giorni è stata la moglie di Paolo Bonolis, colpevole di aver postato una foto della figlia su un aereo privato.

La ricchezza virtuale
A scatenare l'ira funesta della rete il lusso ostentato in un periodo di crisi senza fine. Eppure, a giudizio dei tribunali, ad essere colpiti dal fulmine della vanità sono proprio i comuni mortali, vittime di se stessi e del proprio alter ego social. A ridosso del cenone di capodanno, il pericolo è in vista. L'ossessione per la visibilità non riguarda soltanto “quegli altri”, ma la maggior parte degli utenti che diventano inconsapevoli bersagli della giustizia, fiscale e non.

La doppia vita davanti ai tribunali
Così c'è il maniscalco che lavora in nero e non lo dichiara al fisco per poi confidarlo ai social network. Il giudice non perdona: “La documentazione estratta da Facebook evidenzia un'attività che è molto probabilmente fonte di redditi non dichiarati” (Corte di appello di Brescia, sentenza del 1.12.2017 n. 1664).

Poi c'è il marito che per negare il mantenimento alla moglie sostiene di essere costretto a vivere ai limiti della sopravvivenza. Peccato però che su Facebook pubblica foto di un’intensa e inequivocabile vita sociale con cene, aperitivi, colazioni e feste fuori.

In questo caso l'appello è respinto e il marito è condannato a pagare anche le spese processuali (Corte di appello di Ancona, sentenza del 28.02.2017 n. 331).
E poi ancora l'imprenditore che dichiara di guadagnare poco più di 11mila euro annui e posta sui social le foto delle vacanze in alberghi a 4 stelle a Madonna di Campiglio, moto e auto di lusso. Il giudice non crede al suo stato di povertà e lo condanna a pagare l'assegno divorzile in favore della moglie (Tribunale di Pesaro, sentenza del 26 marzo 2015 n. 295).

Le conseguenze
La vanità sui social network può costare cara. I rischi sono connessi a eventuali accertamenti fiscali, condanne al pagamento di assegni di mantenimento alti fino a processi penali per frodi fiscali. Le pagine dei social network, infatti, sono producibili in giudizio e, salvo prova contraria, il semplice log-in può attribuire paternità certa ai contenuti pubblicati da quel profilo utente.

È vero che lo screenshot da solo non basta, occorre dare data certa al contenuto postato, ma unito ad altri elementi può essere valutato dal giudice ed avere serie conseguenze fiscali, civili e anche penali per l'utente in cerca di visibilità. D'altra parte la Cassazione lo aveva stabilito da subito: Facebook è un luogo aperto al pubblico, a prescindere dal numero di amici e dalle impostazioni privacy del profilo dell'utente (Corte di cassazione 11.07.2014 n. 37596)

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