Norme & Tributi

Il braccialetto di Amazon? Perché in Italia non si potrebbe utilizzare

Lavoro e «fake news»

Il braccialetto di Amazon? Perché in Italia non si potrebbe utilizzare

La notizia del “braccialetto” progettato da Amazon per aumentare la produttività dei propri dipendenti primeggia sulle prima pagine dei giornali, senza che nessuno (salvo qualche timido tentativo) sia stato in grado di mettere in luce un’informazione essenziale: si tratta di un prototipo che, secondo le regole oggi vigenti in Italia e negli altri Paesi comunitari, non si può utilizzare.
Limitando lo sguardo al nostro Paese, sono diversi i motivi per i quali un apparecchio del genere sarebbe inutilizzabile, almeno con le funzionalità descritte dai media.

Innanzitutto, qualsiasi strumento capace di realizzare un controllo a distanza dei lavoratori si può installare solo se c'è il consenso delle rappresentanze sindacali o, in mancanza di accordo, previa autorizzazione dell’ispettorato del lavoro.

È vero che il Jobs Act ha esonerato dalla richiesta di ottenere queste autorizzazione gli “strumenti di lavoro”, ma questa nozione (già interpretata in modo troppo restrittivo dal Ministero del lavoro) non si può allargare fino ad includere ogni apparecchio che può rendere più efficiente l’azienda.

Ma anche passando sopra il problema del consenso, le leggi – lo stesso articolo 4, il codice privacy e le sue prossime evoluzioni che entreranno in vigore il 25 maggio del 2018 – contengono solidi e diffusi anticorpi verso qualsiasi forma di monitoraggio costante, pervasivo e generalizzato dell’attività lavorativa.
Questa indiscutibile maturità del sistema normativo è rimasta nell'ombra nella discussione sul braccialetto, come spesso accade quando il dibattito pubblico di occupa dei temi del lavoro.

La materia è naturalmente destinata a suscitare emozioni forti, considerato che coinvolge la vita delle persone; questa spiegazione non può bastare, tuttavia, a giustificare il crescente massimalismo che investe la discussione pubblica sulle politiche dell'occupazione.

Le statistiche dell'Istat scatenano, ogni volta, tweet che commentano lo stesso numero in maniera opposta; un semplice fatto di cronaca può diventare il pretesto per la richiesta di modifiche normative urgenti senza alcuna reale valutazione della portata effettiva del fenomeno. È quanto accaduto, ad esempio, con i voucher, semplici strumenti di gestione dei piccoli lavori che sono stati schiacciati da una campagna mediatica contro presunti abusi che, in realtà, non esistevano (o erano limitati a casi sporadici).

Insomma, se c'è un terreno dove le fake news giocano un ruolo importante è proprio quello delle politiche del lavoro. Si tratta di falsi molto più difficili da smascherare rispetto a quelli costruiti intorno a fatti di cronaca o alle vicende politiche, perché possono essere confutati solo facendo ricorso a conoscenze tecniche e specialistiche; conoscenze che spesso sono gestite dagli stessi soggetti che alimentano i falsi.

Ma questa difficoltà non deve far abbassare la guardia contro l'importanza di una battaglia che va condotta quotidianamente, perché la fake news sul lavoro produce danni enormi: viene sollevato un allarme (che nei fatti non esiste), si genera la paura delle conseguenze e arriva qualcuno che propone soluzioni facili e demagogiche (come accaduto nel caso prima ricordato dei voucher).

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