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Sul registro il Fisco conferma le pretese

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cessione d’azienda

Sul registro il Fisco conferma le pretese

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Non c’è pace sull’imposta di registro applicata nelle operazioni societarie di cessione di azienda, dopo che Corte di cassazione e Agenzia delle Entrate hanno riaperto il fronte:  resta, in particolare, l’incertezza sulle operazioni societarie effettuate in passato, con il rischio di super-tassazione dopo che la Corte ha stabilito che le nuove norme per un prelievo fisso (e quindi a favore del contribuente) si applicano solo dal 1° gennaio 2018.

Imprese e professionisti pensavano, invece, che con l’intervento di Governo e Parlamento nella legge di Bilancio 2018 si fosse bloccata la linea dura del Fisco che negli anni scorsi aveva applicato l’imposta proporzionale alle cessioni indirette. Le pronunce di Cassazione Agenzia, anche se con toni differenti, riaprono la strada all’incertezza per le operazioni realizzate prima del 1° gennaio 2018.

Cassazione e agenzia delle Entrate hanno riaperto ufficialmente la partita sull’imposta di registro applicata nelle operazioni societarie. Con un solo effetto concreto: creare nuovamente confusione sui conferimenti di asset aziendali seguiti da cessione di quote effettuati in passato. Tutto questo mentre imprese e professionisti pensavano che con l’intervento di Governo e Parlamento nella legge di Bilancio 2018 si fosse conclusa la fase di instabilità normativa che aveva caratterizzato le contestazioni del Fisco e delle interpretazioni favorevoli della giurisprudenza di legittimità. Invece, l’assenza di un riferimento anche per il passato nella nuova norma rischia di far proseguire i contenziosi in corso con esiti tutt’altro che pacifici. Da una parte c’è già una Commissione tributaria con orientamento opposto alla stessa Cassazione depositata il 26 gennaio scorso. Dall’altra, la data di notifica dell’atto di contestazione potrebbe rappresentare uno spartiacque tra passato e futuro, almeno stando alla lettura delle Entrate a Telefisco.

La questione ruota intorno a quelle che sono state definite operazioni “concatenate”: una società conferisce asset in una Newco e poi cede le quote di quest’ultima a un soggetto terzo. Da un punto di vista operativo, questo passaggio consente all’acquirente delle partecipazioni di detenere un’azienda in piena attività già dal closing. Dal punto di vista della tassazione, per chi vende c’è la possibilità (legittima) di accedere alla participation exemption (Pex) sulla vendita di azioni (ma non sul conferimento che è neutrale) con un prelievo Ires solo sul 5% delle plusvalenze. Il problema, però, è che non ci sono solo le imposte dirette. Così la giurisprudenza nel tempo ha prevalentemente avallato le contestazioni effettuate dal Fisco in virtù dell’articolo 20 del Testo unico del registro (Tur). Contestazioni secondo le quali questo tipo di operazioni andavano assoggettate non alla più conveniente (per il contribuente) imposta fissa di registro sull’atto di conferimento ma a quella proporzionale (9% immobili e 3% altri beni) per le cessioni d’azienda. Ne è venuta fuori così una querelle e un quadro di incertezza che ha rischiato di paralizzare il mercato delle operazioni straordinarie, già a dura prova con la crisi . E si è arrivati a tal punto che il legislatore a fine anno 2017 è dovuto intervenire stabilendo che l’imposta di registro è «applicata secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici dell’atto presentato alla registrazione, anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente, sulla base degli elementi desumibili dall’atto medesimo, prescindendo da quelli extratestuali e dagli atti ad esso collegati». Traduzione: si guarda al singolo atto e non al contesto. Fermo restando, però, una wild card al Fisco di poter eventualmente invocare l’abuso del diritto.

Il problema è: da quando? La legge di Bilancio non dice nulla a riguardo, anche perché molto probabilmente sarebbe stato necessario quantificare le coperture per il passato. La Cassazione, invece, ha messo in chiaro con la sentenza n. 2007/2018 che le nuove regole sono innovative e non interpretative: quindi, a suo avviso, non possono essere retroattive. Risultato: i vecchi contenziosi restano in piedi. Impostazione, però, “sconfessata” a pochi giorni di distanza dalla Ctp di Reggio Emilia. L’Agenzia a Telefisco, invece, ha fatto un ulteriore distinguo, precisando che le nuove norme non producono effetti sugli «avvisi di accertamento già notificati in data antecedente al 1° gennaio 2018, ancorché non definitivi». Ora, quindi, si tratterà di capire se questa indicazione si trasformerà in un’applicazione anticipata delle regole introdotte dalla legge di Bilancio per le rettifiche relative ad anni passati ma non ancora notificate.

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