Norme & Tributi

No all’attenuante etica per chi uccide la moglie malata

  • Abbonati
  • Accedi
reati

No all’attenuante etica per chi uccide la moglie malata

Nessuna attenuante etica per l’anziano che uccide la moglie malata di Alzheimer. La Corte di cassazione con la sentenza 7390, sgombra il campo dal possibile equivoco che l’approvazione delle norme sul suicidio assistito, possano in qualche modo spianare la strada ad uno sorta di “eutanasia domestica”. I giudici della prima sezione penale, confermano la condanna a sette anni e otto mesi di reclusione, senza concessione dell'attenuante di aver agito per motivi di particolare valore etico, nei confronti di un pensionato che nel 2014 ha ucciso la moglie di 88 anni ormai inferma. Per i Supremi giudici, sull'eutanasia non si registra ancora nella società «un generale apprezzamento positivo» ma anzi ci sono «ampie correnti di pensiero che la contrastano»: situazione “che impone” di non concedere l’attenuante etica, prevista dall’articolo 62, comma 1 n.6 del Codice penale. Una norma applicata a chi ha commesso un reato per «un motivo di particolare valore morale o sociale». Sulla pena inflitta all’anziano, classe 1931, hanno inciso solo le attenuanti generiche. La Corte d’Appello aveva chiarito che l’attenuante richiesta avrebbe potuto essere applicata solo se l’azione commessa poteva considerarsi espressione di un comune sentire. Ma allo stato così non è. Per i giudici la circostanza delineata dal Codice penale, entra in gioco «quando la condotta dell’agente rinviene il suo movente in ragioni che siano certamente corrispondenti ad un’etica che sottolinei i valori più elevati della natura umana (quanto alla sfera morale) o parimenti consentanei a ragioni di elevato spessore avvertite e favorevolmente valutate dalla società civile (quanto alla sfera sociale)». Non importa, che il valore morale della condotta richiesto dalla norma , sia considerato tale solo da determinati ambienti sociali circoscritti sul piano culturale, ideologico o territoriale, deve essere condiviso dalla «prevalente coscienza collettiva espressione della comunità».

Inutilmente l’uomo aveva affermato di non essere in grado di pagare una retta per una struttura privata e che la donna, non più in grado di camminare, avrebbe finito per gravare sulla figlia, in assenza di strutture pubbliche adeguate. La Cassazione, pur dando atto, che la decisione presa era «difficile e disperata», danno una lettura diversa dei fatti. L’anziano, infatti, a “caldo” non aveva negato le sue responsabilità ma non aveva fatto cenno alla figlia e al compito che avrebbe dovuto assolvere. In passato, in casi analoghi, è stata già esclusa la possibilità dell’attenuante “speciale” ritenendo che «essa non può essere riconosciuta all’omicida del coniuge affetto da grave malattia, il cui movente sia stato quello di porre fine a una vita di strazi, in quanto dall’azione criminosa non esula la finalità egoistica di trovare rimedio alla sofferenza, consistente nella necessità di accudire un malato grave ridotto allo stato vegetativo».

© Riproduzione riservata