Norme & Tributi

Agevolazioni da sfoltire con scelte equilibrate

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L'Editoriale|la sfida

Agevolazioni da sfoltire con scelte equilibrate

Il problema delle agevolazioni fiscali è che è relativamente facile introdurne di nuove, ma estremamente difficile liberarsene. Non si tratta di una peculiarità italiana: dalla Francia agli Stati Uniti molti paesi scontano analoghe caratteristiche, anche se – va detto – pochi toccano i nostri livelli, con spese fiscali che valgono l’8% del Pil.

Semplificare è arduo e molti studiosi concordano nel ritenere che una razionalizzazione delle tax expenditures possa avere maggiori chance di successo se inserita in percorsi complessivi di riforma fiscale, meglio se in una prospettiva di legislatura.

Nessuno può prevedere il futuro, ma nei prossimi mesi potrebbero aprirsi entrambe queste finestre.

Perché è così difficile alleggerire l’interminabile elenco delle spese fiscali? In primo luogo, perché ogni agevolazione che sparisce determina un aumento della pressione fiscale. Negli ultimi anni, i tentativi di limare i benefici - tentativi talvolta maldestri come quando con la legge di Stabilità per il 2013 si pretendeva che il taglio fosse addirittura retroattivo - si sono arenati di fronte all’evidenza di dover spiegare ai cittadini che le “tasse sarebbero cresciute”, cosa che nessun governo gradisce dire agli elettori.

In molti casi, poi, gli sconti fiscali concessi ai contribuenti diventano occasioni di business (chi ristruttura, chi vende caldaie o finestre, le palestre, le onoranze funebri e così via). Dire stop richiede una forza politica non indifferente, bisogna convincere il Parlamento, resistere alle pressioni delle lobby. Roberto Perotti, che è stato nel 2015 consigliere economico di Palazzo Chigi, non ha esitato su Repubblica a paragonare lo sfoltimento delle agevolazioni all’apertura del vaso di Pandora, che tuttavia nessun politico ha avuto il coraggio di scoperchiare. Non foss’altro perché, come ha risposto sul Sole 24 Ore il presidente della Commissione per le spese fiscali, Mauro Marè (ovviamente non per giustificare questo comportamento), chi governa «conosce bene i costi politici dell’apertura del vaso».

La Lega e/o i Cinque Stelle avranno questa forza? Di certo, tanto Salvini quanto Di Maio propongono riforme radicali – la flat tax da una parte, una “nuova” Irpef e il reddito di cittadinanza dall’altra – che per essere realizzate hanno bisogno di ingenti risorse, che arriverebbero anche dalla razionalizzazione delle spese fiscali. Il M5s indica in «40 miliardi l’anno, a regime, le risorse recuperabili dalle tax expenditures»; la Lega non quantifica, ma nella brochure sulla tassa piatta si dice che tutte le detrazioni/deduzioni spariranno con l’eccezione di quelle per carichi di famiglia-lavoro, mutui prima casa e ristrutturazioni.

Ora, è evidente che nel corso degli anni si sia smarrito il filo delle agevolazioni, sempre più inique e per niente trasparenti. Per restare all’interno del “vecchio 740”, si contano 90 tipologie di bonus, con enormi complicazioni per i cittadini e, altrettanto grave, con pericolose spinte regressive, visto che sono in genere i contribuenti più abbienti a beneficiarne, anche per effetto del meccanismo dell’incapienza, che impedisce (se non in limitatissimi casi) il rimborso dell’imposta negativa.

Ma è davvero tutto da buttare? Questo è il punto. Non si deve scivolare nell’eccesso opposto che omologa e azzera ogni cosa con l’etichetta dell’inutilità. Se utilizzate bene (e con parsimonia), le spese fiscali possono “aiutare” la progressività. Possono servire a creare un minimo e ben congegnato conflitto di interessi per fare emergere imponibili che altrimenti sfuggirebbero (questo obiettivo è stato importante per le ristrutturazioni edilizie, con ottimi risultati), oppure possono incentivare certi comportamenti e/o consumi rispetto ad altri (bonus energetici). O ancora, pensiamo a quanto il sistema delle agevolazioni sia stato un volàno per le donazioni a volontariato, ricerca, cultura.

Quel che serve, allora, è una valutazione caso per caso, sulla base di alcuni semplici principi che tanto Perotti quanto Marè hanno più volte indicato e che la politica potrà fare suoi: per esempio, inutile tenere bonus se manca (o si è esaurita) la ratio che ne aveva giustificato l’introduzione.

Ancora, andranno valutari i possibili effetti distributivi non desiderati; si potrà considerare il reddito, limitando e azzerando i benefici per i contribuenti più abbienti (anche se come sappiamo non sono tantissimi, almeno per il fisco).

Bisognerà, certo, saper guardare al complesso delle centinaia di voci agevolative. Sull’Iva, e proprio Marè lo ha ricordato di recente, non si capisce affatto in base a quale logica alcuni beni abbiano il privilegio dell’aliquota ridotta. Ci sono capitoli che riguardano l’energia, le accise, alcuni settori come l’agricoltura, la pesca, gli immobili. E anche le imprese, magari con la finalità di spendere meglio aiuti che distribuiti a pioggia non servono più a nulla (il rapporto Giavazzi è un’ottima base di lavoro). Bisognerà scegliere e d’altra parte questo si richiede a chi governa.

Se qualcosa si farà è tuttavia facile immaginare che sarà il bonus da 80 euro a finire per primo nel tritacarne. Sono molte risorse, oltre 9 miliardi all’anno, ma sono anche dieci milioni di persone alle quali non sarà semplicissimo spiegare che il loro reddito disponibile scenderà (magari subito) con la promessa di tornare a crescere (nel futuro).

Allo stesso modo, toccherà valutare situazioni complicate, per evitare di danneggiare chi ha già iniziato a sostenere una spesa (su più anni) sapendo di poter contare su un risparmio fiscale che invece a un certo punto verrebbe meno: si pensi a una polizza vita o all’università per i figli o al riscatto del corso di laurea o all’assunzione di una colf.

Un riordino è assolutamente necessario. Sembra difficile che possano arrivare decine di miliardi, come immaginano i partiti che hanno vinto le elezioni. Ci saranno difficoltà, il che però non significa che sarà meglio “non fare nulla”. Ma che, al contrario, si dovrà gestire con efficienza quel che si sceglierà di fare.

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