Norme & Tributi

Arrivano i Pepp. E la pensione diventa «portabile»

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previdenza complementare e mercato unico

Arrivano i Pepp. E la pensione diventa «portabile»

(Imagoeconomica)
(Imagoeconomica)

Libera circolazione di persone, merci, servizi, ma non solo. Il mercato unico europeo festeggia nel 2018 il suo venticinquesimo compleanno ed è pronto a nuove sfide. Il Sole 24 Ore compie un viaggio in tre puntate sulle nuove prospettive per questa immensa area di 500 milioni di abitanti, simbolo di un’integrazione sempre più stretta con implicazioni dirette sulla vita dei cittadini. La prima tappa porta al cantiere della previdenza integrativa targata Ue.

In gergo si chiamano Pepp, acronimo inglese che sta per «prodotti pensionistici individuali paneuropei». Li ha proposti la Commissione europea nel giugno 2017 e ora sono approdati sul tavolo di Europarlamento e Consiglio che dovranno dare il loro via libera. Nessuna armonizzazione dei regimi, ma standard comuni e un passaporto europeo che ne garantirà la trasferibilità all’interno dell’Unione. I nuovi strumenti, rivolti a studenti e lavoratori dipendenti o autonomi, si affiancheranno a quelli nazionali già esistenti e potranno essere scelti in modo volontario per costruirsi una pensione di scorta valida sul territorio europeo.

La fotografia
Attualmente circa il 27% dei cittadini europei ha una pensione integrativa volontaria. Secondo una recente ricognizione effettuata dall’Eiopa (l’Authority Ue del settore con sede a Francoforte) il mercato europeo della previdenza privata appare però frammentato e discontinuo. In tutto si contano 72 strumenti, con un’ampia gamma di fornitori, dove le compagnie di assicurazione vantano la quota maggiore. Il valore degli asset investiti in fondi pensione varia a seconda dei Paesi: la forbice va da oltre il doppio del Pil in Danimarca (dove è in vigore un sistema misto, pubblico e privato), al 6,8% della Germania, passando per il 9,4% dell’Italia. «Il fenomeno - spiega Pablo Antolin, responsabile della divisione pensioni private dell’Ocse - è in crescita quasi ovunque negli ultimi 20 anni ed è destinato a svilupparsi sempre di più per accumulare un tesoretto complementare », di pari passo con conti pubblici sempre più in affanno, messi a dura prova dall’invecchiamento della popolazione. A calcolare il possibile impatto delle nuove misure è stato Ernst and Young per conto di Bruxelles. Se oggi il mercato della previdenza integrativa nella Ue vale circa 700 miliardi entro il 2030, l’introduzione dei Pepp potrebbe liberare risorse per circa 2.100 miliardi.

Gli addetti ai lavori esprimono apprezzamento per la proposta, ma alzano il velo su alcune questioni che restano aperte. «Il regolamento - dice Antolin - recepisce le linee guide dell’Ocse sul tema. Sul piano pratico occorrerà vedere l’effettiva attuazione e restano ancora da precisare meglio alcuni dettagli, come le modilità di scelta dei fornitori o le garanzie». La proposta di regolamento, fa notare Sonia Maffei, direttore Previdenza e Immobiliare di Assogestioni, è stata preceduta da indagini estese condotte dall’Eiopa e dalla Commissione Ue proprio per valutare il grado di interesse in questa iniziativa. «La risposta del mercato - dice Maffei - è stata sorprendente: da un lato, da parte dei risparmiatori europei, soprattutto i mobile workers, che hanno manifestato l’esigenza di un prodotto pensionistico per costruirsi una pensione di scorta in modo semplice; dall’altro lato, da parte dei potenziali istitutori di questi prodotti, Sgr in primis, che forti dell’esperienza Ucits guardano alle possibilità di ampliamento del business e di accesso, anche in ambito previdenziale, a mercati diversi da quello nazionale». Secondo Maffei si tratta quindi di «un ottimo punto di partenza, per molti aspetti ampiamente condivisibile». E cita tra gli aspetti che dovranno essere approfonditi la strutturazione della default option e dei comparti nazionali. «Da questi aspetti - precisa - dipenderà fortemente la scelta degli operatori se offrire o no questi prodotti».

«La portabilità - afferma Paolo Balduzzi, docente di scienza delle finanze e di Economia pubblica dell’Università Cattolica - è senz’altro uno dei maggiori pregi di questo nuovo strumento. È presto però per dire se la formula sarà destinata a prendere piede, perché in alcuni Paesi, come l’Italia, permane una certa diffidenza nei confronti di questi prodotti. Per favorire la loro diffusione la carta da giocare per garantire una maggiore appetibilità è senz’altro quella degli incentivi fiscali».

Bruxelles ne è consapevole e ha accompagnato la proposta di regolamento con una raccomandazione in cui incoraggia gli Stati membri a riservare ai Pepp lo stesso trattamento fiscale concesso ai prodotti nazionali analogi esistenti. Secondo un recente studio circa la metà dei paesi Ocse prevede un’esenzione fiscale sui contributi e sui rendimenti. Tra questi Germania, Finlandia, Spagna, Olanda e Gran Bretagna. In altri, come Italia, Danimarca e Svezia, la tassazione riguarda invece i rendimenti e le prestazioni. Gli Stati membri saranno invitati a scambiare le buone pratiche sulla tassazione dei prodotti pensionistici individuali per favorire la convergenza tra i regimi, con la graduale rimozione di uno dei principali ostacoli alla costruzione di un mercato unico della previdenza complementare in Europa.

L’iter
La palla è ora nel campo dell’Europarlamento e del Consiglio Ue. Alla commissione affari economici dell’Assemblea europea stanno scaldando i motori perché la settimana prossima partirà la discussione sul tema. Del resto era stato lo stesso Europarlamento ad auspicare la nascita di una pensione di scorta paneuropea. Più in salita appare il percorso al Consiglio. I Pepp sono oggetto di un gruppo di lavoro dedicato per approfondirne gli aspetti tecnici che si riunisce una volta al mese (la prossima si terrà a fine marzo). Data la sua complessità gli addetti ai lavori escludono per ora che il dossier possa approdare sul tavolo dei ministri da qui a giugno. Insomma, la prima pietra è stata posata ma il lavoro da fare resta ancora molto.

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