Norme & Tributi

La partita dei posti stabili si vince con il taglio al cuneo

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L'Editoriale|lavoro

La partita dei posti stabili si vince con il taglio al cuneo

Superata la nebbia fitta creata dai fumogeni della campagna elettorale il tema del lavoro si vede per quello che è: una variabile legata al ciclo economico, alla formazione e alle politiche di incentivazione.

La rielaborazione dei dati mette a nudo luoghi comuni e mistificazioni. A cominciare da quella secondo cui l’abolizione dell’articolo 18 avrebbe creato un far west e un’ondata di licenziamenti.

È accaduto il contrario e le cessazioni dovute a scelte dell’impresa sono calate da quando è stato varato il Jobs act. Ma di questo la campagna elettorale non si è accorta.

Del resto le novità sull’articolo 18 riguardano una parte minoritaria delle imprese italiane, nella stragrande parte concentrate nell’esercito di chi impiega meno di 15 addetti. E le imprese più grandi, quelle interessate all’abolizione dell’obbligo di reintegra, sono proprio le più reattive nella fase di risposta alla recessione. E sono diventate le prime protagoniste del rilancio del Paese.

La fotografia mette in chiaro un’altra verità: il va-e-vieni degli sgravi sul costo del lavoro ha prodotto un andamento non lineare nell’occupazione perché ha creato incertezza nelle imprese. Nella fase di uscita dalla recessione il fattore psicologico è importante: se non vedo convenienza economica sicura diminuisce anche l’attitudine al rischio (e, ad esempio, chi può assumere tre addetti si ferma a due per prudenza).

La stabilità non è solo un concetto declinabile ad uso della finanza, ma serve anche all’economia reale.

Sono stati lodevoli gli sforzi per cambiare le cose, ma alla fine è risultata distorsiva la competizione creata dagli incentivi tra contratti a termine e contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti. È stata giusta la mossa che, in piena recessione, ha liberalizzato le clausole d’ingaggio e ha irrobustito la dote di sgravi per chi assumesse: ha sbloccato le imprese che hanno cominciato ad avere più fiducia nel futuro. Ma ora, a economia consolidata e in espansione, ha spiazzato molta occupazione stabile dando argomenti a chi ha avuto buon gioco a costruire una rappresentazione di precarietà.

Il 67% dei nuovi contratti è a termine anche se il datore di lavoro paga l’1,4% di contributi in più. È pur vero che si tratta spesso di contratti triennali non proprio definibili come precarietà. La vera precarietà è nel nuovo mondo dei servizi legati all’e commerce e nella miriade di lavoretti a ore propri del settore terziario dove è diventato lo standard una sorta di cottimo 2.0 (con retribuzioni orarie anche di 5 o 6 euro contro il quadruplo del mondo dell’industria).

A fronte dell’incertezza sulla durata dell’impiego si abbina così una scarsa resa salariale: ed è stata questa la miscela esplosiva di una Italia di nuovi proletari, o perché disoccupati o perché working poor, che ha creato l’onda di ribellione uscita dalle urne. E per i quali la fascinazione del reddito di cittadinanza è diventata una sirena irresistibile.

Per questo è importante la risposta che imprese e sindacati hanno dato con la firma del recente accordo interconfederale sulle relazioni industriali: oltre alle nuove norme per rendere certo chi rappresenta chi sia per le aziende sia per i lavoratori si è introdotto un sistema per rendere impossibili gli accordi in dumping salariale.

Ora la lezione è una sola: dopo aver fatto chiarezza sul fronte delle regole e dei salari è arrivato il tempo di alleggerire in modo strutturale il cuneo fiscale per le assunzioni stabili e di rendere meno convenienti quelle temporanee (e in molti programmi è già oggetto di attenzione). Dal 2014 al 2017 per le incentivazioni dirette alle assunzioni erogate a vario titolo si sono spesi 27,7 miliardi: si va dai 5,1 miliardi del primo anno, quando è stato previsto lo sgravio totale triennale del Jobs act agli incentivi superstiti (e ridotti) del 2017 con una spesa di poco superiore ai due miliardi.

Probabilmente riallocare le risorse sarebbe già sufficiente per azzerare il cuneo fiscale per chi assume giovani al di sotto dei 30 anni. Anche la babele degli incentivi che “legge” i senza lavoro come giovani, come donne, come cervelli da valorizzare, come cittadini del Sud o come genitori - solo per citare alcune delle fattispecie che oggi sono interessate a vario titolo da forme di sgravi - non è il sistema più efficiente di indirizzare la spesa pubblica alla creazione di occupazione. Il modo migliore per intervenire su questa realtà è ridurre la distanza siderale tra costo del lavoro per l’impresa e salario netto per il lavoratore. È lì il cuneo che ha spaccato la società.

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