Norme & Tributi

Deficit e spending per sterilizzare le clausole fiscali

L'Analisi|CONTI PUBBLICI

Deficit e spending per sterilizzare le clausole fiscali

Un obiettivo chiaro e sostanzialmente condiviso. La sterilizzazione delle clausole di salvaguardia fiscali anche nel 2019 non è in discussione, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali delle forze politiche che, dopo il voto del 4 marzo, stanno faticosamente cercando la strada per giungere alla formazione di una maggioranza e consentire al capo dello Stato di affidare l’incarico per la nascita di un nuovo Governo.

Per bloccare gli aumenti di Iva e accise vanno trovati 12,4 miliardi per il il prossimo anno e altri 19,1 miliardi per il 2020. Ma i programmi presentati dai partiti prima dell’ultima tornata elettorale forniscono poche indicazioni su come tagliare questo traguardo. Anche se si intuisce che la via preferita è quella della leva del deficit, seppure con accentuazioni diverse, accompagnata da iniezioni di spending review anche sotto forma forma di razionalizzazione degli sconti fiscali. Tutti, poi, confidano in un’accelerazione della crescita che aprirebbe nuovo spazi nel quadro di finanza pubblica. Una strategia, insomma, non molto diversa da quella adottata negli ultimi anni dai governi a guida Pd, che per bloccare gli aumenti dell’Iva hanno puntato sulla flessibilità (maggior deficit) e, in parte, sulla revisione della spesa.

Restano però delle diversità, soprattutto tra le forze politiche che sono state “premiate” dalle urne. Il M5S ha messo a punto un programma economico, che secondo i calcoli dei suoi esperti, vale circa 75 miliardi. A questa somma andrebbero aggiunti nel 2019 i 12,4 miliardi per sterilizzare le clausole. E proprio pari a 10-15 miliardi è la quota di eventuale maggior deficit su cui i Pentastellati contano di fare un riflessione in caso di necessità. Meno di un punto di Pil che, partendo da una base programmatica dell’1,6%, farebbe salire il rapporto deficit-Pil al 2,5-2,6% e, quindi, abbondantemente sotto, sempre secondo i Cinquestelle, al tetto del 3 per cento. In altre parole, nel Def targato M5S al quale, d’intesa con Luigi Di Maio, stanno lavorando, tra gli altri, Laura Castelli, “coordinatrice” di fatto alla Camera per la politica economica dei Cinquestelle, e il ministro in pectore dell’Economia, Andrea Roventini, non si escluderebbe il ricorso a una nuova fetta di flessibilità da ottenere da Bruxelles, si punterebbe forte sulla crescita (spingendo anche gli investimenti). E si definirebbe anche un articolato programma di spending review per 30 miliardi, partendo dal dossier Cottarelli, e di revisione delle tax expenditures (40 miliardi l’anno, ma a regime).

Il tetto del 3% di deficit non sembra essere invece vincolante per il leader della Lega, e candidato premier, Matteo Salvini, che ha detto a chiare lettere che le clausole andranno bloccate. E un aiuto in questo senso arriverebbe, in termini di maggiore crescita, anche dallo shock fiscale generato dalla flat tax da coprire con misure una tantum in chiave di “pace fiscale” (condono). Anche per Forza Italia, alleata del Carroccio nel Centrodestra, gli aumenti Iva vanno sterilizzati. Ma la strada tracciata dal partito guidato da Silvio Berlusconi prevede anche il ricorso a una massiccia spending review. Tanto è vero che lo stesso Berlusconi e Renato Brunetta hanno più volte auspicato un ruolo attivo di Carlo Cottarelli nell’eventuale governo di Centrodestra. Non solo: per Fi la flat tax (funzionale alla spinta al Pil) andrebbe coperta anche con un intervento a tappeto sulle tax expenditures e non solo con misure in chiave di “pace fiscale”. E questa è la via indicata nel programma condiviso del Centrodestra.

© Riproduzione riservata