Norme & Tributi

La Consulta non scioglie il nodo dell’aggio

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analisi

La Consulta non scioglie il nodo dell’aggio

(Agf)
(Agf)

Sull’aggio esattoriale, partita spesso assai rilevante, in assoluto, da un punto di vista economico, la Corte Costituzionale ha deciso, allo stato, di non prendere posizione. Finché lo vorrà il legislatore l’Agenzia delle entrate Riscossione potrà, quindi, continuare ad esporre i suoi compensi di riscossione, anche in violazione dei principi costituzionali, potendo pretendere compensi sia pur in assenza di alcuna attività né di costi connessi.

Con un’ordinanza sbrigativa (n. 65 depositata lo scorso 29 marzo 2018), la Consulta ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 17, dlgs 112 / 1999, nella versione in essere dal primo gennaio 2009 (dl 185/08), sollevata, in relazione agli articoli 3, comma 1°, 24, comma 1°, e 97, comma 1°, Costituzione, dalla Commissione tributaria regionale di Milano con ordinanza dell’8 giugno 2016.

La Ctr Milano, nel provocare la Corte sull’aggio esattoriale, si trovava di fronte ad un caso di specie nel quale l’aggio esattoriale assumeva proporzioni assai significative oscillante dal mezzo milione di Euro (per pagamento entro 60 giorni) a quasi novecentomila Euro per pagamento oltre i 60 giorni dalla notifica di una cartella di pagamento.

Il Giudice remittente aveva puntualmente riferito della correlazione decisiva tra giudizio pendente e questione sollevata, ritenendo che la norma scrutinata violasse i seguenti parametri costituzionali:

1) articolo 3, comma 1°, Costituzione, creando un’obiettiva disparità di trattamento, ingiustificata, tra il contribuente che decida di pagare la somma quantificata nell’avviso di accertamento tempestivamente e il contribuente che decida di far valere in giudizio le proprie ragioni, il quale, in ipotesi di soccombenza anche parziale, diviene destinatario di una cartella di pagamento ed è tenuto al pagamento del compenso di riscossione; trattandosi, inoltre, di norma che non prevede alcun ancoraggio al costo del servizio di riscossione effettivamente svolto;

2) articolo 24, primo comma, Costituzione, in quanto l’articolo 17 scrutinato avrebbe l'effetto indiretto di dissuadere il contribuente dal far valere le proprie ragioni davanti all’autorità giudiziaria, posto che, agli inevitabili costi connessi alla scelta della via contenziosa, aggiunge il compenso di riscossione, caricando il contribuente di un costo ulteriore, in esito all’eventuale soccombenza e pur in presenza di un pagamento tempestivo del tributo portato dalla cartella emessa;

3) articolo 97, comma primo, Costituzione, insieme agli articoli 6 e 10 Legge 212/2000, osservando che imparzialità, collaborazione e buona fede vengono violati da un Ufficio che procede all’iscrizione a ruolo senza alcun invito preventivo, mentre beneficia di compensi in assenza di alcuna attività né di costi connessi.

Secondo la Corte costituzionale l’ordinanza dei giudici milanesi avrebbe presentato plurimi profili di inammissibilità, per essere formulata in maniera confusa e oscura, sussistendo persino « un’assoluta indeterminatezza ed ambiguità del petitum ». Da ciò, l’invocazione della costante giurisprudenza costituzionale e la declaratoria di manifesta inammissibilità della questione sollevata.

Non si può tacere una certa delusione rispetto ad una nuova pronuncia che appare almeno inadeguata rispetto alle esigenze di decisione che la questione poneva; per altro, a fronte di un’ordinanza che era parsa esaustiva e dichiaratamente finalizzata ad evitare la manifesta inammissibilità, nella quale già erano incorse le precedenti ordinanze di rimessione delle commissioni tributarie di Torino e di Latina, per carenza di descrizione della fattispecie concreta.

In fatto, il ricorso contro la cartella di pagamento concerneva chiaramente il compenso di riscossione; la norma, della cui costituzionalità si discuteva, era stata ben precisata essendo posta a fondamento di quella parte della cartella esattoriale impugnata dalla ricorrente; in particolare si era specificato che la sorte del gravame dipende dalla “sorte” dell’articolo 17 citato.

La norma censurata determina, a parità di servizio offerto, un'irragionevole disparità di trattamento tra il cittadino in grado di pagare immediatamente la pretesa (aggio al 4,65 %) e colui che non adempie al pagamento delle somme dovute nei 60 giorni dalla notifica della cartella di pagamento (aggio al 9%, per altro in assenza di alcun costo o prestazione propriamente riferibile al servizio di riscossione).

Nel silenzio del giudice delle leggi che decide di non decidere, il legislatore è ora chiamato necessariamente e con urgenza, nella propria discrezionalità, a ricondurre il sistema a ragionevolezza e superare anche tale ultimo arresto della Corte.

Del resto, la stessa sentenza n. 480/93 della Corte consente di ribadire alcuni principi cui deve conformarsi la disciplina dei compensi degli agenti di riscossione: il contribuente deve vedersi imporre costi ai quali abbia dato causa con il suo inadempimento tributario e detti costi non possono non essere ancorati al costo del servizio tra un tetto minimo e massimo.

La posizione assunta dalla Corte, restituendo una concezione dell’amministrazione finanziaria in definitivo contrasto con l’articolo 97 Costituzione, rappresenta un punto di partenza per il legislatore che è chiamato, tra l’altro, alla sfida di promuovere la competitività delle imprese e della stessa Amministrazione finanziaria nell’interesse generale, eliminando rendite di posizione prive di alcuna giustificazione causale.

È chiaro che l’applicazione rigorosa delle norme e la loro riformulazione eventuale, nasce dalla stretta funzionalizzazione al miglioramento dei servizi istituzionali affidati alle Agenzie fiscali, che devono realizzare obiettivi di efficienza, economicità e incisività dell’azione istituzionale anche in termini di miglioramento delle entrate, senza ingiustificata compressione di altri diritti, parimenti, costituzionalmente tutelati, in capo ai contribuenti.

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