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Accesso abusivo a facebook: per la condanna basta l’Ip

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sostituzione di persona

Accesso abusivo a facebook: per la condanna basta l’Ip

Per provare il reato di accesso abusivo al sistema informatico e la sostituzione di persona per chi accede al profilo Facebook di un altro può bastare l’identificazione dell’indirizzo Ip, evitando approfondimenti tecnici, se ci sono altri indizi. La Corte di cassazione, con la sentenza 20485, fa un rapido excursus sui modi per inchiodare alle sue responsabilità chi crea un falso profilo o utilizza quello di un terzo sui social network. Nel caso esaminato il ricorrente contestava la via “breve” scelta dalla Corte d’Appello per arrivare alla condanna. I giudici fanno prima alcune precisazioni, chiarendo che l’Internet Protocol é costituito da un codice numerico che identifica un dispositivo - host - collegato ad una rete informatica che utilizza l’Ip come protocollo di rete.

Un indirizzo che viene assegnato a una interfaccia, come una scheda di rete, che identifica l’host, che può essere un personal computer, come un palmare, uno smartphone, un router o un altro dispositivo. L’indirizzo Ip “individua” dunque certamente il dispositivo elettronico, mentre per trovare l’operatore servono ulteriori indagini tecniche o logiche. I giudici sono consapevoli del fatto che, con verifiche tecniche mirate, é ormai possibile ottenere una sorta di “mappatura genetica” che consente di scoprire chi ha fatto le connessioni “vietate”, però sono altrettanto certi di poter raggiungere lo stesso risultato incrociando una serie di elementi, nel rispetto del codice di rito che impone l’esistenza di indizi gravi, precisi e concordanti. Nel caso esaminato per i giudici ci sono. Uno, con effetto boomerang, lo fornisce lo stesso ricorrente che ha chiesto l’accesso al rito abbreviato senza condizionarlo all’analisi dei reperti informatici. Contro il ricorrente deponeva anche il fatto che era l’utilizzatore esclusivo del computer, collegato all’Ip, per sua stessa ammissione e come dichiarato dall’intestatario dell’utenza: un parente che conviveva con lui. Nè l’imputato aveva mai denunciato l’accesso abusivo all’indirizzo Ip associato all’utenza di “casa” , o dimostrato che la banda router Wi-Fi che usava aveva una potenza tale da essere intercettata all’esterno, malgrado la protezione della password. L’uomo era dunque l’unico “sospettato” e per lui arriva la condanna.

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