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Governo M5S-Lega, i conti della «doppia» flat tax sulle…

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il caNTIERE DEL FISCO

Governo M5S-Lega, i conti della «doppia» flat tax sulle imprese

Roma parte all’inseguimento di Dublino. La dual tax sulle imprese soltanto tratteggiata nel contratto tra Lega e Movimento 5 Stelle punta a ridurre in modo sensibile l’aliquota fiscale su società e imprese. L’ipotesi è quella di “uniformare” il prelievo a quello su famiglie e società, con una tassazione al 15% e al 20 per cento. In questo modo l’Italia entrerebbe a pieno titolo nella gara delle aliquote a livello comunitario, battagliando ad esempio con Irlanda (12,5%) e altri Paesi dell’Est europeo che hanno previsto un prelievo ultraridotto sulle società.

Un’idea, quindi, che potrebbe essere nell’ottica di guadagnare una maggiore attrattività e competitività nell’ambito dell’Unione europea. Anche se in Italia va comunque poi aggiunta l’Irap (aliquota base al 3,9%, con una serie di maggiorazioni a seconda di categorie e aree geografiche), per la quale le stesse forze politiche avevano ipotizzato un futuro da addizionale all’imposta sulle società, ma con naturali difficoltà connesse sia alla convivenza di due basi imponibili differenti sia alla necessità di assicurare alle Regioni le stesse entrate destinate alla copertura dei costi del servizio sanitario.

Ma il cammino della dual tax sulle imprese è tutto da scrivere e il risultato finale dipenderà molto dalle scelte che saranno fatte per finanziarie il taglio fiscale. Già, perché non è affatto detto che si tramuti sempre in un maggior vantaggio fiscale. Se si considerano due esempi base di società di capitali con ricavi rispettivamente di 50mila e 200mila euro, il margine di oscillazione della differenza con la tassazione Ires al 24% è in gran parte legato alla composizione della base imponibile. Il vero vantaggio va infatti misurato a parità o meno di condizioni. Così, se ad esempio rimanessero immutate la deducibilità dei costi attuali e quella di altre voci ammesse ad agevolazioni, il risparmio d’imposta potrebbe anche arrivare al 37,5 per cento.

GLI ESEMPI DI CAMBIAMENTO DEL PRELIEVO
A confronto le ipotesi di differenza d'imposta con la dual tax nel caso di costi deducibili e altre deduzioni inalterati e in quello in cui le altre deduzioni vengono cancellate. Importi in euro

Il discorso, invece, cambierebbe se le attuali agevolazioni venissero meno. Perché si potrebbe arrivare anche alla situazione paradossale di pagare anche un po’ di più. Naturalmente questo dipende anche da come sarà modulato il doppio prelievo e la clausola di non penalizzazione che lo stesso contratto tra le due forze politiche indica nel capitolo fiscale. Un conto sarebbe se il prelievo del 20% si applicasse a tutto l’imponibile; un altro conto, invece, se di fatto il sistema dovesse “girare” come l’Irpef attuale con una proporzionalità del prelievo tra le aliquote. In questo senso, si tratterebbe di una vera novità per il mondo delle società di capitali che sarebbe foriero di ulteriori complicazioni in sede di calcolo e anche di tax planning preventivo. Il tutto in un contesto comunitario che si avvia – anche se a passo lento – verso il progetto di una base imponibile unica sia per le società sia per i consolidati, che rischierebbe di mettere fuori gioco eventuali scelte compiute in anticipo dall’Italia.

Abbattere l’aliquota di almeno nove punti richiede un’operazione chirurgica per almeno due motivi. In primo luogo, la voce dei costi deducibili può essere limata ma non è eccessivamente comprimibile, perché si rischia di violare anche il principio dell’inerenza nell’ottica della determinazione del reddito. In secondo luogo, un eventuale taglio o la mancata conferma di agevolazioni richiede una scelta necessariamente politica e congiunturale: perché, come dimostrano l’appeal e le ricadute sugli investimenti prodotti da super e iperammortamento, l’utilizzo della leva fiscale serve anche da stimolo alla crescita e alla produttività. Proprio il capitolo delle tax expenditures sarà quello più delicato nella ricerca delle coperture al taglio delle aliquote. E si tratterà di una decisione tutt’altro che semplice da prendere.

Decisione che, occorre ricordarlo, dovrà fare i conti con le scelte che sono state già operate o sono tuttora in corso da parte delle imprese attualmente tassate a Irpef. Dopo la beffa dello slittamento di un anno dell’Iri (anch’essa al 24%), a questo punto l’imposta sul reddito dell’imprenditore potrebbe non trovare più posto.

In più, si pone anche la questione di che cosa fare con i regimi agevolati. Se quello dei minimi è ormai destinato a naturale scadenza, quello forfettario, invece, sta avendo un numero sempre crescente di adesioni, che si stimano intorno alle 700mila unità (si veda Il Sole 24 Ore del 4 aprile). In questo caso, però, il vantaggio non è solo legato all’imposta sostitutiva al 15%, ma anche agli esoneri da tutta una serie di adempimenti oltre che dall’Iva.

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