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Roberto Spada e l’aggressione ai giornalisti Rai: ecco…

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il commento

Roberto Spada e l’aggressione ai giornalisti Rai: ecco perché la Cassazione conferma l’aggravante del metodo mafioso

Con ben motivata sentenza (la n. 21530 del 15 maggio) la V sezione della Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per Roberto Spada, per l’aggressione del novembre 2017 ai danni di Daniele Piervincenzi, giornalista del programma televisivo Nemo, e di Edoardo Anselmi, operatore della troupe. Violenza privata e lesioni personali aggravate sono i reati per i quali era stata disposta la misura.

I fatti addebitati a Spada, incontestabili nella loro materialità (l’aggressione, ripresa dalle telecamere dell’operatore stesso, ha avuto enorme risonanza mediatica), vengono considerati sin dal provvedimento cautelare del Gip caratterizzati dalla cosiddetta «circostanza aggravante del metodo mafioso» (articolo 7 Dl 152/1991; oggi articolo 416-bis.1 Codice penale). Quest’ultima comporta un aumento di pena se il reato è commesso, appunto, con “metodo mafioso”. Quel che forse è meno noto è che una simile contestazione rende automaticamente applicabile un gruppo di norme non certo di favore per il soggetto destinatario. Qualche esempio: applicabilità (quasi obbligata) della custodia cautelare in carcere, limitazioni al diritto di prova nel dibattimento, applicabilità del regime di cui all’articolo 41-bis legge 354/1975. In pratica sotto numerosi profili l’aggravante del metodo mafioso equivale né più, né meno, alla contestazione dell’associazione di stampo mafioso.

Ma in cosa consiste il “metodo mafioso”? La domanda è lecita, soprattutto se si considera che il clan degli Spada di Ostia non può essere certo annoverato tra le “mafie storiche”.
Per integrare il “metodo”, il reato deve essere commesso avvalendosi di tre elementi: della forza di intimidazione del vincolo associativo (di un sodalizio mafioso esistente o presuntivamente tale), nonché delle condizioni di assoggettamento e di omertà dei soggetti esterni all’associazione.

Spada resta in carcere, "metodo mafioso"

Ebbene, sul punto la Cassazione si mostra acuta nell’evidenziare gli elementi che sorreggono la circostanza aggravante. Pur ribandendo che quest’ultima «non presuppone necessariamente l’esistenza di un’associazione ex art. 416-bis Codice penale, né che l’agente ne faccia parte, essendo sufficiente (...) il ricorso a modalità della condotta che evochino la forza intimidatrice tipica dell’agire mafioso», la Corte cita, quanto al primo requisito, le parole pronunciate da Spada prima di colpire il giornalista. Per dissuaderlo dall’intervista l’aggressore evoca l’intervento di soggetti in grado di danneggiare l’auto di Piervincenzi («guarda che già t’hanno graffiata all’atra parte») o di sottrargliela («mo tocca vedé quanno vai via se trovi a macchina»). Si sottolinea poi il riferimento ad un «soggetto collettivo in grado di influenzare le decisioni politiche assunte nell'ambito del quartiere» (peraltro motivo all’origine dell’intervista).

Quanto agli altri due requisiti, nella motivazione si evidenzia l’approfittamento del «clima di omertà diffuso in loco per infierire sui due malcapitati, (…)dissuasi da ogni tentativo di difesa proprio dall’ostilità percepita nei loro confronti (gli involontari spettatori si affrettarono a chiudere le finestre; nessuno si offrì di aiutarli, seppur vedendoli sanguinare; addirittura, qualcuno manifestò compiacimento per l’accaduto)».

Al di là dell'aggressione fisica poi perpetrata in danno alle vittime, viene dunque sottolineato come l’aggressore potesse contare su un clima di paura promanante proprio «dall’associazione malavitosa imperante sul territorio, nota come clan Spada, ben presente alla mente dei giornalisti e ben nota agli abitanti del luogo».

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