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Avvocato, come cambia la contabilità per chi si organizza in …

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Avvocato, come cambia la contabilità per chi si organizza in società

Non saranno molti gli avvocati che per svolgere l’attività professionale si organizzeranno in forma societaria. La risposta fornita dall’agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 35/E/18 non poteva essere diversa: in assenza di una specifica norma, il regime fiscale delle società per azioni tra avvocati è quello delle società di capitali, soggette a Ires e Irap. La risposta vale, ovviamente, per tutte le attività professionali svolte in forma societaria (Stp): infatti, la legge 247/12, come modificata dalla legge 124/17, non ha introdotto norme fiscali specifiche per tali attività, che restano soggette alle disposizioni tributarie riservate a tutte le società che producono sempre reddito d’impresa.

“La risoluzione risponde al quesito di una società tra avvocati”

 

Da notare che la risoluzione risponde al quesito di una società tra avvocati, i quali peraltro erano già pervenuti alle medesime conclusioni dell’Agenzia, sinteticamente esposte nella “Soluzione interpretativa prospettata dal contribuente”. Probabilmente i proponenti il quesito sono già organizzati per gestire le conseguenze della scelta del modello societario, nel caso specifico costituito dalla società per azioni.

Il problema più rilevante in queste situazioni è la determinazione del reddito, non più “per cassa” (tassazione dei compensi “incassati”), ma in base al principio di competenza. Infatti, a parte aspetti secondari come l’assenza di ritenuta d’acconto sui compensi (= ricavi), il problema rilevante è l’applicazione del principio di competenza. Si può ipotizzare che i commercialisti difficilmente sceglieranno la forma societaria perché, per l’attività svolta, conoscono le insidie e le difficoltà nell’applicazione del principio di competenza per la determinazione dei compensi. Ma si può ipotizzare che anche gli avvocati i quali, a motivo dell’attività svolta, generalmente non sono avvezzi a misurarsi con il principio di competenza, difficilmente si organizzeranno in modo da poterlo applicare.

Per esempio, l’applicazione del principio di competenza comporta che tutte le fatture di acconto emesse e incassate non costituiscono “compensi”, ma “debiti”. Al contrario, una prestazione ultimata al 31 dicembre, ma non ancora fatturata, genera ricavi tassati, anche se la fattura sarà emessa nell’anno successivo e, pertanto, confluirà nel volume d’affari di tale annualità: questo significa (anche) divergenza tra ricavi (ex compensi) e volume d’affari Iva. Infatti, i problemi più rilevanti si presentano alla fine dell’anno, quando si deve stabilire se le prestazioni di servizi sono ultimate e, pertanto, tassate in base all’articolo 109, comma 2, lettera b) del Tuir: inoltre, i costi sostenuti a tale data per le prestazioni in corso devono essere “sospesi”.

Si tratta di un problema che riguarda tutte le imprese che prestano servizi, ma che può essere particolarmente delicato per le attività professionali. Non c’è dubbio che, anche ai fini fiscali, è determinante il contenuto del contratto stipulato con la clientela che deve individuare in modo chiaro il momento di ultimazione di un servizio, proprio per evitare contestazioni fiscali.

In definitiva, i professionisti che sceglieranno di svolgere l’attività in forma societaria, personale o di capitali, dovranno attrezzarsi dal punto di vista contabile-amministrativo ma, ancor prima, cambiare le proprie abitudini, anche mentali.

Il legislatore, invece, dovrebbe riflettere circa l’utilità di norme che, all’atto pratico, sono di non facile e generalizzata applicazione.

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