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Cartelle Equitalia, un italiano su due ha debiti sotto i mille euro ma la…

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le persone interessate e le cifre

Cartelle Equitalia, un italiano su due ha debiti sotto i mille euro ma la proposta Salvini mette a rischio gli incassi

Chiudere le cartelle sotto i 100mila euro può essere, numeri alla mano, davvero un’operazione di sanatoria generalizzata. Il messaggio lanciato dal vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, al 224° anniversario della Fondazione della Guardia di Finanza («Chiudere sa subito tutte le cartelle esattoriali di Equitalia per cifre inferiori ai 100 mila euro, per liberare milioni di italiani incolpevoli ostaggi e farli tornare a lavorare, sorridere e pagare le tasse») va valutato attentamente. Perché se da un lato coglie sicuramente nel segno, dall’altro c’è da fare i conti con una serie di difficoltà.

Già, perché a fine 2016 (stando agli ultimi dati pubblici diffusi dall’allora presidente e Ad di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini, in un’audizione parlamentare del 6 aprile 2017) ad avere un debito iscritto a ruolo sopra i 100mila euro è solo il 4% dei contribuenti. E si guarda ulteriormente dentro questo dato è addirittura il 54% ad avere debiti addirittura sotto o fino a mille euro. In estrema sintesi, un italiano su due è un micro-debitore. Però se poi si guarda agli importi riscossi (ossia a chi concretamente poi paga il debito) il 54,8% viene dalle pendenze oltre i 100mila euro e appena il 2,5 per cento.

La riscossione difficile
In realtà, però il problema è un po’ più complesso. Come aveva sottolineato lo stesso Ruffini, del «magazzino» di 817 miliardi potenzialmente riscuotibili a fine 2016 (il dato è già depurato degli sgravi effettuati dagli enti creditori, ossia dell’annullamento degli atti impositivi originari per riconosciuto errore, e delle somme già riscosse negli anni) poi quelle concretamente aggredibili si riducono ad appena «51,9 miliardi».

Quindi c’è un problema di pretesa originaria che si è stratificato nel tempo e che ora è diventato quasi impossibile recuperare. Anche per questo si è cercato di svuotare il magazzino di crediti da riscuotere con le due operazioni di rottamazione: ossia il tentativo di chiudere le cartelle pendenti concedento uno sconto su sanzioni e interessi di mora. Per la prima (che nel 2017 ha già incassato 6,5 miliardi) mancano ancora due rate da versare. Per la seconda sono in arrivo un milione di lettere con il conto da pagare e con la prospettiva di archiviare definitivamente 4,5 milioni di cartelle e ottenere un gettito da 2 miliardi tra il 2018 e il 2019 (si paga infatti in un massimo di cinque rate per i carichi affidati alla riscossione da gennaio a settembre 2017 e in un massimo di tre per i carichi dal 2000 al 2016).

L’incognita sul gettito

Ora se la «pace fiscale» anticipata da Matteo Salvini fosse più conveniente in termini di importo da pagare, è difficile non avere la tentazione di pensare a lasciare la via “vecchia” della rottamazione per aspettare in quella nuova. Ecco perché sarà importante capire se effettivamente si punterà a circoscrivere il perimetro della sanatoria (si era parlato degli omessi versamenti di quanto è stato dichiarato), però riducendone anche la portata, o meno. Ma c’è anche un altro aspetto non secondario da pesare: quanto può essere controproducente annunciare una nuova sanatoria in vista dei versamenti d’imposta in scadenza il 2 luglio? Anche in questo caso potrebbe esserci in qualcuno la tentazione di aspettare la pace fiscale invece di pagare subito, tanto più se la sanatoria poi fosse a forfait.

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