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Professionisti, nuove opportunità dalla riforma del terzo settore

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Professionisti, nuove opportunità dalla riforma del terzo settore

(Marka)
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Entrare nell’organo di controllo di associazioni o fondazioni, curare la revisione dei conti per le organizzazioni maggiori, gestire gli aspetti giuslavoristici dei contratti nelle imprese sociali e rivedere gli statuti degli enti non profit, allineandoli alle previsioni della riforma del terzo settore.

Sono queste alcune delle chance professionali che si aprono per commercialisti, revisori dei conti, consulenti del lavoro e notai, dopo che la riforma ha ridisegnato le regole generali e di gestione degli enti del privato sociale.

Approfondire le disposizioni specifiche delle organizzazioni del terzo settore e aggiornare la propria formazione - più tarata magari sull’amministrazione delle società profit - può essere dunque una buona idea per i professionisti.

Uno dei punti cardine della riforma è il rafforzamento dei controlli interni degli enti non profit, a garanzia di una maggiore trasparenza nell’attività svolta e nella gestione.

Per questo, gli enti che vorranno accedere al Registro unico nazionale del terzo settore (dovrebbe vedere la luce nel 2019) dovranno adeguarsi alle nuove previsioni. Nelle fondazioni diventa obbligatoria la nomina di un organo di controllo: un organo che avrà funzioni in parte simili a quelle del collegio sindacale delle società, ma che dovrà anche vigilare sull’osservanza delle finalità civiche, solidaristiche e di finalità sociale dell’ente.

Per le associazioni, l’obbligo scatta al superamento - per due anni consecutivi - di due dei tre limiti seguenti: attivo patrimoniale di 110mila euro; ricavi e proventi per 220mila euro; cinque dipendenti medi nell’anno. Anche le imprese sociali dovranno avere un organo di controllo.

L’organo di controllo può essere monocratico o collegiale. I componenti devono essere scelti in determinate categorie professionali: commercialisti, revisori, avvocati, consulenti del lavoro, professori in materie economiche o giuridiche. Devono anche essere indipendenti dall’ente.

Le associazioni e le fondazioni del terzo settore dovranno nominare anche un revisore legale dei conti o una società di revisione legale, se superano, per due anni consecutivi, due di questi limiti: attivo patrimoniale di 1,1 milioni; entrate di 2,2 milioni; 12 dipendenti occupati in media nell’anno.

«L’introduzione dei nuovi obblighi di controllo per gli enti del terzo settore - commenta Raffaele Marcello, delegato alla revisione legale del Consiglio nazionale dei commercialisti e degli esperti contabili - rappresenta un grande passo in avanti verso una maggiore trasparenza nei confronti del mercato, per organizzazioni che ricevono finanziamenti pubblici, privati e donazioni dai cittadini. I professionisti - continua - sono pronti a questa funzione, per l’esperienza che hanno già maturato nelle società».

La revisione legale per gli enti del terzo settore richiederà probabilmente un approfondimento ulteriore delle competenze acquisite dai professionisti: «Questo tipo di revisione - spiega Daniela Morlacchi, presidente della commissione enti non profit e cooperative sociali dell’Ordine dei commercialisti di Milano - non è quella classica delle società, ma comprende altri aspetti, come la verifica del rispetto degli obblighi legati al decreto legislativo 231/2001 e la conoscenza del funzionamento dei singoli enti del terzo settore».

I notai saranno chiamati in causa nell’aggiornamento degli statuti degli enti, da allineare alle regole della riforma entro il 2 febbraio 2019. Potranno anche seguire , come i commercialisti e gli avvocati, le operazioni straordinarie di trasformazione, scissione e fusione di associazioni, fondazioni e imprese sociali.

Le attuali Onlus, ad esempio, quando i nuovi regimi fiscali entreranno a regime, vedranno uscire di scena (perchè abrogate dalla riforma) le regole che le disciplinano dal 1997. Le più grandi potrebbero trovare vantaggiosa la trasformazione in impresa sociale, con una successiva suddivisione tra il ramo “produttivo” e quello erogativo.

Altre opportunità riguardano i consulenti del lavoro (in particolare per la gestione dei lavoratori nelle imprese sociali) e i professionisti della raccolta fondi, riconosciuta dalla riforma come un’attività strategica e continuativa degli enti del terzo settore.

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