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Caso Emiliano, preclusa ai magistrati la vita di partito

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corte costituzionale

Caso Emiliano, preclusa ai magistrati la vita di partito

Candidarsi sì. Partecipare alla vita dei partiti invece no. La Corte costituzionale, con la sentenza. 170 depositata ieri e scritta da Nicolò Zanon, ha considerato infondate le questioni di legittimità sollevate dalla sezione disciplinare del Csm sull’illecito a carico del magistrato che si iscrive o partecipa sistematicamente e continuativamente all’attività di una forza politica. In discussione c’era il caso di Michele Emiliano, attuale governatore della Regione Puglia, in precedenza, tra altro, segretario regionale del Pd pugliese e presidente dello stesso.

La decisione
La sentenza nega che il divieto possa compromettere i diritti fondamentali di natura politica del magistrato: un conto è l’iscrizione o comunque la partecipazione sistematica e continuativa alla vita di un partito politico, che la fattispecie disciplinare vieta, un altro è l’accesso alle cariche elettive e agli uffici pubblici di natura politica che, a determinate condizioni (sentenza 172 del 1982), la legislazione vigente consente.

Non è irragionevole, come invece riteneva il Csm, operare una distinzione tra le due ipotesi, e perciò considerare non solo lecito, ma esercizio di un diritto fondamentale la seconda ipotesi, mantenendo nello stesso tempo rilevanza disciplinare alla prima.

Tanto più in un contesto normativo che permette tuttora al magistrato di tornare alla giurisdizione (anche se uno dei punti del contratto di governo Lega-5 Stelle intende cancellarne la possibilità), in caso di mancata elezione oppure al termine del mandato elettivo o dell’incarico politico, «va preservato il significato dei principi di indipendenza e imparzialità, nonché della loro apparenza, quali requisiti essenziali che caratterizzano la figura del magistrato in ogni aspetto della sua vita pubblica».

Le regole della rappresentanza
Certo, prosegue poi la sentenza, non si possono ignorare il ruolo che la stessa Costituzione assegna ai partiti nella rappresentanza politica e il fatto che lo stesso magistrato, in qualsiasi sistema elettorale, non si candida certo “da solo”. Anche le candidature indipendenti, cioè, e motivate dal prestigio del candidato stesso devono trovare spazio all’interno di liste di partito, come pure le nomine a incarichi amministrativi (ministro o assessore) sono tutt’altro che svincolate dalle dinamiche delle forze politiche.

E però deve rimanere fermo che il riconoscimento della particolare natura della competizione e della vita politica, alla quale il magistrato può partecipare, non può convertirsi nella legittimità né della sua iscrizione, né della sua partecipazione stabile e continuativa all’attività di un determinato partito.

Margini di discrezionalità
In ogni caso, conclude la Consulta, il giudice disciplinare ha margini di discrezionalità nell’applicazione dell’illecito perché, si ammette, «non ogni partecipazione a manifestazioni politiche o a iniziative di partito assume significato disciplinarmente rilevante». Fatta salva l’iscrizione, già di per se stessa prova oggettiva della partecipazione alla vita del partito, su tutte le altre forme e sfumature la misura disciplinare non è certo automatica.

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