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Con la riforma spariti i «furbetti» dell’Isee. Ma la…

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welfare L’indicatore economico

Con la riforma spariti i «furbetti» dell’Isee. Ma la precompilata parte in salita

C’è l’assegno a supporto dei nuclei familiari con tre figli minorenni e il bonus bebè; la riduzione delle tasse universitarie, ma anche la tariffa della mensa della scuola comunale; l’accesso a prestazioni sociosanitarie per disabili e, da quest’anno, il reddito di inclusione.

L’indicatore della situazione economica equivalente (Isee) è un elemento essenziale per accedere a numerose agevolazioni ed è lo strumento utilizzato dalle amministrazioni centrali o locali per indirizzare gli interventi di supporto economico a determinate fasce di popolazione.

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Si tratta di un flusso ingente di soldi, anche se l’importo complessivo non è tuttora facilmente quantificabile. Come precisato dal direttore generale per la lotta alla povertà e per la programmazione sociale del ministero del Lavoro, Raffaele Tangorra, «il casellario dell’assistenza che avrebbe dovuto contenere tale informazione ha stentato a decollare».

Ora con la partenza del reddito di integrazione e «l’istituzione del sistema informativo unitario dei servizi sociali (Siuss) la situazione sta cambiando ma non ci sono ancora evidenze». Tuttavia, tanto per avere un’idea, nei primi sei mesi di quest’anno, secondo quanto comunicato dall’Inps nei giorni scorsi, il Rei è stato erogato a 266mila nuclei familiari con un importo medio mensile di 308 euro, a cui vanno aggiunti 44mila famiglie beneficiarie del sostegno per l’inclusione attiva (non ancora trasformati in Rei) per un importo medio che sfiora i 250 euro.

Fondamentale quindi è la capacità dell’Isee di fotografare la reale situazione economica dei cittadini, per consentire alle amministrazioni di intervenire dove c’è bisogno e impedire gli abusi. Un obiettivo che, a tre anni dall’entrata in vigore del nuovo indicatore, sembra essere stato raggiunto. Nato alla fine degli anni ’90, l’Isee è stato correlato all’erogazione di un numero crescente di prestazioni e, al contempo, è stato sempre più usato dalla popolazione. Dai 2,1 milioni di dichiarazioni sostitutive uniche (il documento presentato dal cittadino in base al quale viene elaborato l’indicatore) sottoscritte nel 2002 si è arrivati ai 7,5 milioni del 2011, corrispondenti a quasi 6,5 milioni di famiglie, 18,8 milioni di persone, pari al 31,1% dei residenti in Italia. Un esercito di bisognosi, che nel 2011 in quasi l’80% dei casi dichiarava di non avere un patrimonio mobiliare. Cioè negli anni Duemila viveva senza un conto corrente o un libretto di deposito.

Gli effetti della riforma
Nel 2015 c’è stata la svolta con il debutto del nuovo Isee, basato sui principi indicati dal legislatore nell’articolo 5 del Dl 201/2011 e cioè una valorizzazione maggiore del patrimonio detenuto dai dichiaranti, introduzione della nozione di reddito disponibile inclusiva delle somme esenti da imposta, valorizzazione dei carichi familiari, differenziazione dell’indicatore in base alle prestazioni, rafforzamento del sistema dei controlli.

Ed è stato quest’ultimo il punto di svolta. Dal 2015, come riscontrato nei monitoraggi effettuati dal ministero del Lavoro, c’è stata una rivoluzione. Da una parte la maggior valorizzazione della componente patrimoniale ha determinato l’effetto di favorire i nuclei con un rapporto patrimonio/redditi più basso. Dall’altro i controlli hanno determinato una forte emersione della componente mobiliare. Nel 2014 le Dsu con patrimonio nullo erano il 66,8% del totale; l’anno successivo sono scese al 14,1% e nel 2016 si sono ridotte sotto il 6%. «La media del patrimonio mobiliare – si legge nel rapporto sui dati 2016 – già raddoppiata nel passaggio dalle vecchie alle nuove regole (da 6.800 a 14.700 euro) è cresciuta di un ulteriore 15% portandosi a quasi 17mila euro».

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I controlli consistono nel fatto che le informazioni inserite dal richiedente nella Dsu vengono successivamente riscontrate dall’Inps, che elabora l’Isee, in base a quanto contenuto nei suoi archivi e in quelli dell’anagrafe tributaria. In caso di discordanza, il cittadino è invitato a rettificare.

Ciò non significa che ora l’Isee escluda dalle agevolazioni fasce di popolazione, ma che fotografa la situazione in modo più veritiero. Questo ha determinato un ricambio delle famiglie che lo utilizzano e una redistribuzione territoriale, con una riduzione della quota di quelle residenti al Sud (in passato il 60% del totale) e un aumento di quelle del Centro-Nord. Il report ministeriale ha messo a confronto un campione di famiglie che ha usato l’Isee prima e dopo la riforma riscontrando che l’emersione dei patrimoni ha determinato gli effetti maggiori rispetto al cambio delle regole di calcolo. I dati relativi al 2017 sono ancora in lavorazione, ma, anticipa Tangorra, il quadro complessivo non cambia, segno che lo strumento ha raggiunto una sua stabilità.

La precompilata
Ora l’indicatore dovrebbe fare un ulteriore passo, che però non sembra facile, ossia passare alla modalità precompilata, come accade per la dichiarazione dei redditi, con il modello 730. Tuttavia la Dsu è più complessa, soprattutto perché riguarda più persone e questo comporta un problema di privacy e di gestione dei dati personali che al momento non si è riusciti a risolvere. Da qui la proroga per il debutto della precompilata, decisa con il milleproroghe (91/2018) entrato in vigore il 26 luglio, che sposta la partenza dal 2018 al 2019.

Che il passaggio alla precompilata sia di difficile gestione ne sono convinti anche Mauro Soldini e Massimo Bagnoli, coordinatori della consulta nazionale dei Caf. Dai centri di assistenza passa la quasi totalità delle Dsu presentate, nonostante sia possibile compilarla direttamente, opzione che oggi, secondo l’Inps, rappresenta il 4% totale del flusso. E proprio il rapporto tra istituto di previdenza e Caf periodicamente è oggetto di contrasto tra gli enti. I centri, infatti, assistono i cittadini senza chiedere loro un contributo economico, ma ricevono un rimborso dall’Inps per ogni pratica gestita. Rimborso che tutti gli anni si rivela insufficiente. Per quest’anno sono stati messi a budget 82 milioni con la possibilità di aggiungerne altri 20, a fronte degli 86 milioni complessivi del 2017. Secondo Soldini e Bagnoli potrebbero bastare, nonostante nei primi sei mesi sia già stato gestito il 12% di Dsu in più rispetto all’anno scorso.

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