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Se i clienti falliscono e non pagano l’evasione dell’Iva non…

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sentenza della CASSAZIONE

Se i clienti falliscono e non pagano l’evasione dell’Iva non è punibile

Non si commette il reato di omesso versamento Iva se l’inadempimento è conseguente al mancato incasso di fatture da parte di clienti falliti e il contribuente si è comunque adoperato in altri modi per recuperare le somme da destinare all’erario. A fornire questo importante principio è la Corte di cassazione, sezione III penale, con la sentenza n. 37089 depositata ieri.

I primi gradi di giudizio
Il legale rappresentante di un consorzio veniva imputato per il delitto di omesso versamento Iva (articolo 10-ter del Dlgs 74/2000) per vari anni di imposta. Nel processo di primo grado il tribunale lo assolveva in quanto dimostrava che il consorzio non aveva potuto corrispondere il tributo in conseguenza di un plurimo evento imprevisto: il fallimento dei cinque clienti più importanti che così non avevano pagato le prestazioni ricevute.

L’imputato documentava di aver fatto il possibile per incassare le somme attraverso ricorsi per decreto ingiuntivo, insinuazione nel passivo fallimentare oltre che in via amichevole. A conferma dell’adozione di ogni iniziativa utile per recuperare liquidità a fronte della imprevista crisi, provava, inutilmente, ad impegnare risorse patrimoniali proprie. Tuttavia la Corte di Appello, in riforma della prima sentenza, lo condannava, escludendo, in estrema sintesi, la sussistenza della forza maggiore

Secondo i giudici di secondo grado la continua emissione delle fatture senza speranza di ottenere i pagamenti dai clienti non era compatibile con l’assenza di colpa o dolo. La soluzione di illiquidità, in buona sostanza, era stata provocata da una precisa scelta imprenditoriale, consapevolmente assunta dall’imputato, di mantenere operativo il consorzio .

La sentenza della Cassazione
La sentenza era impugnata per cassazione. La difesa lamentava che la Corte territoriale non avesse debitamente esaminato la copiosa documentazione comprovante la forza maggiore e l’assenza di dolo. La Cassazione ha accolto il ricorso. Viene evidenziato, innanzitutto, che in assenza di pagamento delle fatture non era possibile rispettare il noto dovere di «accantonamento» dell’imposta richiesto dalla giurisprudenza di legittimità, anche a sezioni unite, per configurare la causa di forza maggiore.

Inoltre, la continuata emissione delle fatture non poteva considerarsi una condotta idonea ad aggravare il debito tributario, in quanto si trattava di un adempimento doveroso per prestazioni effettivamente rese cui il consorzio non poteva sottrarsi. In tale contesto, non era possibile ipotizzare che la situazione di illiquidità fosse conseguente a una precisa e consapevole scelta imprenditoriale.

Non sono poi stati valutati tutti gli elementi offerti dalla difesa per dimostrare l’assoluta impossibilità di adempiere al debito di imposta: non imputabilità a se stesso della crisi economica che aveva investito l’azienda, impossibilità di fronteggiare l’illiquidità anche con azioni sfavorevoli al proprio patrimonio personale.

Un orientamento meno rigoroso
La pronuncia della Suprema Corte indubbiamente mitiga il rigoroso orientamento giurisprudenziale sinora prevalso, secondo il quale, purtroppo, è ben difficile in concreto provare la sussistenza della causa di forza maggiore impeditiva del versamento delle somme all’erario.

Va detto che, da un lato, occorre salvaguardare generalizzati inadempimenti tributari da parte di contribuenti attraverso il semplice riferimento alla crisi economica (magari dirottando quelle risorse finanziarie in altre attività personali) e dall’altro deve essere evitato di perseguire penalmente l’imprenditore che si adoperi in tutti i modi per effettuare il pagamento delle imposte, senza riuscirci, ma per colpe non sue.

In tale contesto, ora la Suprema corte attribuisce rilevanza al mancato pagamento delle fatture da parte dei più importanti clienti (falliti), fermo restando la necessità di provare comunque l’impegno del contribuente, di versare il dovuto ricercando altrove le risorse finanziarie ed anche esponendosi col proprio patrimonio.

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