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L’avvocatura al bivio dell’AI deve valorizzare la creatività

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L’avvocatura al bivio dell’AI deve valorizzare la creatività

L’intelligenza artificiale? Non eliminerà il ruolo dell’avvocato ma inevitabilmente finirà per selezionare i migliori. Se c’è una predizione possibile nel mondo della AI applicata all’universo delle toghe, probabilmente è proprio quella legata alla valorizzazione del lavoro (vero) forense. Le più avanzate esperienze di intelligenza artificiale applicate alla materia legale - soprattutto negli Usa, ancora molto poco in Italia - dimostrano che la gestione dinamica e flessibile dei big data (ciò che in fondo è oggi l’evoluzione forense dell’AI) aiuta a sgravare i professionisti dell’attività ripetitiva, seriale, “non creativa” dell’approccio forense.

I contratti standard sono ormai redigibili (e redatti negli Usa) in forma totalmente automatizzata, programmi di AI “gestiscono” la vita normale di altri contratti, dalle scadenze agli adempimenti collegati, e ancora sono in grado di rilevare anomalie all’interno di un perimetro di contratti (due diligence), di controllare la compliance, di gestire la materia complessa del Gdpr (i nuovi adempimenti di gestione della privacy europea). Un’applicazione tutta italiana ha addirittura scansito i reati in vigore nella Penisola (4 mila...) ed è in grado di guidarne la gestione dalla fase cautelare a quella esecutiva, passando per il processo. Non solo: l’AI oggi è in grado di profilare tutte le decisioni dei singoli giudici, carpendone i ragionamenti abituali e “predicendo” l’esito della litigation instauranda. Tutto così perfetto, così algoritmico, da soffrire una sola variabile: l’imprevedibilità dell’intelligenza forense (umana).

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