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Più tasse per laurearsi meglio

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Questo articolo è stato pubblicato il 06 giugno 2010 alle ore 13:55.
L'ultima modifica è del 06 giugno 2010 alle ore 14:24.

Qual è la spesa che dobbiamo affrontare per una laurea? Gli economisti sommano il costo delle tasse universitarie ai mancati guadagni per gli anni di studio (il costo opportunità).

Proviamo a fare un calcolo approssimativo. In Italia le tasse d'iscrizione sono mediamente a 1.200 euro (dati Ocse), gli anni medi necessari per laurearsi sono 7 (valutazione Crui) e il reddito medio netto annuo di un lavoratore con diploma di scuola secondaria tra i 18 e i 25 anni è 7.200 euro (Banca d'Italia). Dunque, il costo di una laurea è, in media, pari a 1.200 x 7 + 7.200 x 7 = 58.800. È una cifra senza dubbio significativa. Tuttavia, laurearsi conviene.

La Banca d'Italia stima che il rendimento medio di un anno in più di istruzione sia circa l'8 per cento. Questo calcolo si basa sui differenziali salariali a vantaggio delle persone più istruite e sui costi di studio (incluso il costo opportunità). Meglio investire in istruzione che in Cct. Le banche dovrebbero essere pronte a finanziare questa spesa.

In realtà le cose non sono cosí semplici: il mercato del credito nel settore dei prestiti agli studenti è caratterizzato da incertezza e asimmetrie informative. Le banche chiedono una qualche forma di collaterale ai mutuatari e l'investimento in istruzione non offre sufficienti garanzie ai creditori. In ogni caso, questi calcoli approssimativi dimostrano che le tasse universitarie sono una percentuale poco importante dei costi di laurea. In base al nostro esempio, ammontano ad appena 8.400 euro su 58.800, spalmati su 7 anni. In effetti, le tasse universitarie in Italia sono tra le più basse d'Europa e le banche dovrebbero essere ben felici di anticipare il 14% di un investimento (sia pure rischioso) che rende l'8% annuo.

La spesa pubblica per l'università, in Italia, è inferiore del 30% rispetto alla media di Francia, Germania e Regno Unito. Questo dato spinge ogni anno la Conferenza dei rettori a chiedere più risorse al governo di turno. Si ritiene che i cattivi risultati dell'università italiana (abbandoni, maggiore tasso di disoccupazione e tempi lunghi per laurearsi) possano essere eliminati dando il 30% in più di risorse. Ciò equivale a spendere 2.200 euro circa per studente.

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Tags Correlati: Banca d'Italia | Europa | I RETTORI | Ocse | Scuola e Università |

 

Se potessimo ridurre di due anni i tempi medi di laurea (da 7 a 5) con questa spesa aggiuntiva, quale sarebbe il beneficio per gli studenti? Più in particolare, quale sarebbe il massimo costo d'iscrizione annuale che uno studente sarebbe disposto a pagare se potesse laurearsi in 5 anni anziché 7? La risposta è 4.560. Infatti, ricordando che abbiamo stimato in 58.800 euro la spesa attuale per laurearsi, questa spesa rimarrebbe inalterata se le tasse universitarie salissero a 4.560 euro e gli anni di laurea scendessero a 5 (infatti, 4.560 x 5 + 7.200 x 5 = 58.800). Poiché, in base alla nostra ipotesi, il sistema virtuoso (5 anni per laurearsi) è stato ottenuto aumentando la spesa pubblica per studente di 2.200 euro, le famiglie avrebbero un guadagno di 4.560-2.200 = 2.360 euro se lo stato chiedesse agli studenti 2.200 euro in più all'anno, garantendo, in cambio, il sistema virtuoso.

L'aumentare le tasse universitarie per avere un sistema d'istruzione terziaria di maggiore qualità si scontra con un pregiudizio. La maggioranza dei genitori italiani non esita a comprare automobili o pagare vacanze estive ai figli, ma si scandalizza se le università aumentano le tasse. I politici seguono questi umori. Ma esistono argomenti seri contro l'aumento delle tasse universitarie?

Un primo argomento è il sospetto di essere raggirati. Non è affatto detto che dare più soldi alle università sia condizione sufficiente per aumentare la qualità dell'istruzione. Dal 1998 al 2002 la spesa pubblica per l'università è cresciuta in Italia del 34% (del 13, del 18 e del 24% rispettivamente in Francia, Germania e Regno Unito). Come sono stati spesi questi soldi? Direi quasi completamente per promuovere dalle fasce inferiori alle superiori gran parte dei docenti già in ruolo.

Nella maggior parte dei casi in modo arbitrario e senza badare al merito. Tutto ciò è avvenuto approfittando di una riforma dei concorsi che introduceva commissioni locali e idoneità. Ma questo non è un buon argomento contro l'aumento delle tasse universitarie. Per eliminare gli sprechi dobbiamo chiedere più controlli, valutazione severa dei risultati dei diversi atenei, senza togliere risorse a una delle infrastrutture più importanti dell'economia italiana.

Un secondo argomento è quello dell'equità. Poiché le banche sono restie a finanziare l'investimento in istruzione, le famiglie devono dare fondo ai propri risparmi. Un aumento delle tasse universitarie escluderebbe da questo servizio i più poveri.

Ma questo argomento è basato su una premessa fallace: che tutti debbano pagare le stesse tasse. Ricordiamoci che l'investimento in istruzione è redditizio. Con tasse uguali per tutti, facciamo un regalo alle famiglie benestanti (che possono anticipare il denaro) e mettiamo in difficoltà le famiglie povere. Sarebbe più equo aumentare il costo d'iscrizione all'università e, al contempo, dare borse di studio agli studenti economicamente svantaggiati. In alternativa, lo stato potrebbe seguire l'esempio australiano o della Gran Bretagna: dare prestiti d'onore (garantiti dallo stato) da restituire nel corso della vita lavorativa con le tasse sul reddito.

Se le università fossero libere di aumentare le tasse d'iscrizione e lo stato facesse una seria politica di finanziamento per gli studenti bisognosi, ci si avvicinerebbe con maggiore decisione al duplice obiettivo dell'equità e dell'efficienza. Costringere le università a reperire una parte dei propri fondi sul mercato introduce un meccanismo efficace di concorrenza e di responsabilizzazione. Esattamente ciò che manca nel sistema attuale. Tuttavia, bisogna fare in modo che le borse di studio (o i prestiti d'onore) siano condizionati al rendimento negli studi. Altrimenti, l'università continuerebbe ad essere un parcheggio per chi non trova lavoro.

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