Tempi stretti per il destino di 250mila donne
Scomparso dalle versioni finali della manovra correttiva, il taglio dei tempi necessari a portare l'età pensionabile delle dipendenti pubbliche allo stesso livello di quella prevista per i loro colleghi maschi dovrebbe rispuntare presto in parlamento.
Dovrebbe essere questo uno dei primi effetti della lettera che giovedì l'Unione europea ha mandato a Roma (si veda il Sole 24 Ore del 4 giugno) con un nuovo avviso su una possibile messa in mora del nostro paese per la disparità di trattamento fra uomini e donne sull'età di uscita dagli uffici pubblici. Oggi il ministro del Welfare Maurizio Sacconi incontrerà il commissario Ue Viviane Reding, e giovedì se ne discuterà in consiglio dei ministri. In attesa della decisione, ci sono 250mila dipendenti pubbliche che potrebbero vedersi allontanare di nuovo, con più decisione che in passato, la finestra d'uscita per la pensione di vecchiaia.
Il problema è il solito: i giudici europei, che si erano messi a studiare il problema fin dal 2005, avevano concluso che nel caso dei dipendenti pubblici la pensione non è nient'altro che uno stipendio differito perché, a differenza di quanto accade per i privati, buste paga e assegni previdenziali sono alimentati dalla stessa cassa, cioè il bilancio pubblico.
L'articolo 157 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea non ammette deroghe, e sancisce che la retribuzione non può in nessun caso fare distinzioni fra uomini e donne.
Nella nuova lettera Bruxelles dà due mesi di tempo all'Italia per adeguarsi ed evitare di tornare davanti alla Corte di giustizia. Ma è la stessa esperienza a suggerire che la risposta alla costituzione in mora su questi temi è in genere piuttosto pronta. L'anno scorso la busta di Bruxelles arrivò a giugno, e a metà luglio l'emendamento al decreto anticrisi che avviava la (lunga) procedura di adeguamento era già stato scritto.
Proprio su quel provvedimento ora storce il naso la commissione. In nome di ovvie ragioni di sostenibilità sociale e politica, l'Italia si è concessa un tempo lungo per portare a 65 anni la pensione di vecchiaia delle statali; la parità con i maschi, secondo la tabella di marcia, arriverà solo dopo il 2018, dopo cinque scalini biennali (il primo è scattato a gennaio, spostando al 2011 l'uscita di chi è nato nel 1950). Secondo il calendaio attuale, la parità vera interesserà solo le dipendenti nate a partire dal 1954, che potranno ricevere l'assegno di vecchiaia dal 2019, ma per Bruxelles i tempi sono troppo lunghi: la differenza di età è discriminatoria, è l'euro-ragionamento, e va eliminata entro il 2012.
L'esperienza dell'anno scorso suggerisce anche un altro aspetto. Queste lettere da Bruxelles non piombano mai inaspettate, e sono precedute da contatti assidui con le nazioni interessate (l'anno scorso lo stesso premier Berlusconi anticipò a gennaio la riforma che sarebbe stata varata in estate). La norma inserita in un primo tempo nella manovra correttiva per tagliare i tempi dell'adeguamento potrebbe essere nata in un contesto simile, ma l'opportunità deve aver suggerito un rinvio a dopo le mosse ufficiali di Bruxelles; gli assegni in rosa, insomma, saranno ritoccati, ma solo perché «è l'Europa a volerlo».
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