
Il sistema pensionistico conferma, anche in questo difficile 2010, di essere un cantiere senza fine. A partire dal 1992, anno della prima riforma, ogni nuovo governo ha messo mano al sistema, in maniera più o meno incisiva, modificando le disposizioni precedenti e introducendo meccanismi nuovi, spesso con entrata in vigore differita. Con un misto di timore e rassegnazione, gli italiani si domandano se devono continuare ad aspettarsi sempre nuovi tagli e quale architettura pensionistica emergerà alla fine dalla confusione del cantiere.
In realtà, nonostante errori, lacune, lentezze e qualche passo del gambero, il sistema che si sta delineando (di matrice bipartisan, visto che è frutto dell'azione di governi di differente colore politico) presenta diversi punti di forza. Anzitutto, sotto il profilo finanziario, appare in grado di reggere alla forte pressione demografica dei prossimi decenni mentre, se non avessimo fatto le riforme, l'instabilità finanziaria che oggi ci lambisce ci avrebbe già travolti. Un dato per tutti: pur in presenza di un raddoppio, entro il 2050, del rapporto tra anziani e popolazione in età lavorativa – destinato a passare dall'attuale 30 a oltre il 60% – il rapporto tra spesa pensionistica e Pil non aumenterà rispetto all'attuale, assestandosi, dopo una gobba, attorno al 15 per cento.
Ciò significa che le riforme "mordono", riuscendo nel lungo periodo a contrastare gli effetti sulla spesa dell'invecchiamento.
Pure in modo imperfetto e lento, le riforme stanno correggendo i difetti principali che rendevano insostenibile il vecchio sistema e cioè l'eccesso di generosità nel rapporto tra contributi e prestazioni; l'eccessiva differenziazione dei trattamenti, con sacche di ingiustificati privilegi; la tolleranza nei confronti dell'evasione contributiva; il paradosso della penalizzazione del proseguimento del lavoro derivante, in particolare, dai meccanismi delle pensioni di anzianità.
L'età di pensionamento è stata aumentata, tra l'altro anche con i recentissimi provvedimenti in materia di allungamento delle "finestre" e di equiparazione uomini-donne dell'età per la pensione di vecchiaia nella Pa.
La correlazione, a livello individuale, tra contributi e prestazioni è migliorata e ancor più migliorerà quando sarà pienamente in vigore il metodo contributivo di calcolo delle pensioni, che partirà in modo graduale intorno al 2015. L'uniformità della formula di calcolo delle pensioni ridurrà fortemente i privilegi (anche senza riuscire a eliminare quelli più smaccati, connessi, per esempio, con lo svolgimento di un'attività politica). La tassazione implicita sul proseguimento dell'attività scomparirà con l'adozione dei coefficienti, variabili con l'età, che determinano l'ammontare della pensione in base al totale dei contributi. Dal 2015, inoltre, entrerà in vigore un aggiustamento automatico dell'età di pensionamento alle variazione della speranza di vita.
Questo profondo mutamento dei meccanismi ha messo in sicurezza il sistema ma l'interrogativo che sta maggiormente a cuore agli italiani è se, oltre a tenere in piedi il sistema, tutto questo basterà ad assicurare pensioni adeguate. E su questo punto l'incertezza rimane, anzi aumenta.
Il messaggio centrale del nuovo sistema è che le pensioni saranno adeguate se l'economia crescerà a livelli accettabili (non certo se ristagnerà o addirittura declinerà), se il mercato del lavoro funzionerà bene per donne e uomini di tutte le età, incluse quelle anziane; se le persone saranno disposte a lavorare più a lungo e se i loro redditi da lavoro saranno sufficienti a consentire un risparmio pensionistico volontario, oltre a quello obbligatorio del sistema pubblico; e se le persone più sfortunate sapranno comunque di poter contare su un sostegno pubblico.
In definitiva, le pensioni saranno adeguate se l'economia nel suo complesso funzionerà bene. È illusorio pensare di avere buone pensioni con risultati economici strutturalmente modesti.
Ciò non toglie, però, che il sistema possa essere ancora molto migliorato al suo interno. In primo luogo, la flessibilità che esso ora consente è troppo bassa. Questo problema è emerso prepotentemente proprio in connessione con l'equiparazione dell'età di uscita dal lavoro di uomini e donne nel pubblico impiego. Il governo ha scelto di portare tale età a 65 anni per entrambi. Avrebbe fatto meglio a individuare una fascia flessibile (essa stessa agganciata alla longevità), a esempio tra i 63 e i 68 anni, con pensioni più basse per chi decide di uscire prima, anticipando di fatto l'entrata in vigore del metodo contributivo.
In secondo luogo, permane una frammentazione eccessiva negli schemi pensionistici, con ampie fasce di popolazione inadeguatamente coperte e altre ancora sostanzialmente privilegiate. Infine, c'è il capitolo, che soltanto ora si comincia ad aprire, della comprensione dei meccanismi da parte dei lavoratori: la conoscenza è troppo poca e il governo non ha finora aiutato.
In sintesi, il cantiere resterà aperto, anche se è auspicabile che non si parli più di "riforme" ma di rifiniture e messe a punto, tali da non traumatizzare più i lavoratori e anzi da incoraggiarli a una maggior consapevolezza del loro futuro e a una maggior fiducia.
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