Storia dell'articolo
Chiudi
Questo articolo è stato pubblicato il 08 luglio 2010 alle ore 10:10.
L'ultima modifica è del 08 luglio 2010 alle ore 10:13.
l dibattito di queste ultime settimane tra chi si schiera a favore dell'austerità fiscale e chi preferirebbe politiche meno rigorose per non frenare la debole ripresa dell'economia mondiale appare, per certi aspetti, un po' surreale se si soppesano i costi della crisi inquadrandoli in una prospettiva storica.
In economia i fattori di crescita (e, all'opposto, di non crescita) sono molti, come innovazione, efficienza della macchina pubblica, operatività dei mercati. Ma anche le "bolle" in molti casi hanno spinto la crescita e questo è certamente avvenuto nei paesi anglosassoni e in Spagna dal 2002 al 2008 sino all'esplosione della crisi dei mutui subprime con le sue drammatiche ricadute internazionali. E ora, purtroppo, ne paghiamo tutti le conseguenze: dall'era del Pil (prodotto interno lordo) siamo entrati diritti nell'era del Dil (debito interno lordo), cioè un'epoca in cui per l'irresponsabile condotta economica degli ultimi anni un gran numero di paesi è riuscito simultaneamente ad accumulare giganteschi debiti "aggregati" a livello di famiglie, imprese, banche e pubbliche amministrazioni.
E adesso, senza un adeguato riequilibrio dei vari Dil nazionali dei paesi "ricchi", non sarà facile per il Pil mondiale ritrovare la via della crescita sperando soltanto nel dinamismo dei paesi emergenti. Che, peraltro, rischia esso stesso di indebolirsi se viene basato solo o principalmente sull'export verso Usa ed Europa.
Più volte abbiamo scritto che il disastro economico-finanziario di tanti paesi "cicala" (ex "lepri") permette in certa misura di rivalutare la modesta crescita economica degli ultimi anni dei paesi "formica" (ex "tartarughe"), tra cui figurano la Germania e l'Italia. Perché appare evidente che, anche senza considerare la drammatica caduta della ricchezza netta delle famiglie che ha colpito i paesi anglosassoni e la Spagna, i costi pubblici della crisi stanno ormai superando nei paesi "cicala" i benefici del maggior tasso di sviluppo economico che in precedenza essi avevano mostrato.
Per capire meglio la questione, proponiamo una comparazione tra la crescita economica e la dinamica dei bilanci primari dei principali paesi occidentali utilizzando come benchmark proprio l'Italia: cioè la più "tartaruga" delle "formiche" (almeno secondo la vulgata di moda fino a poco tempo fa, che esaltava invece, oltre a Stati Uniti e Gran Bretagna, anche Spagna, Irlanda, Grecia, Islanda).






