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Da Casini a Galan, ora è la Lega a sentirsi inquieta e minacciata

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Questo articolo è stato pubblicato il 13 luglio 2010 alle ore 09:31.
L'ultima modifica è del 13 luglio 2010 alle ore 10:37.

A questo punto ci sono tre cose certe. La prima, la più scontata, è che non avremo un governo di unità nazionale, almeno in tempi prevedibili. La seconda è che non ci sarà un ingresso dell'Udc nel governo nei prossimi mesi, tanto meno attraverso un «rimpasto». La terza è che la vicenda Casini-Berlusconi ha smosso le acque della politica estiva e ha messo a nudo una serie di contraddizioni ben custodite nel centrodestra. La più importante delle quali riguarda il ruolo della Lega.


In un certo senso Casini ha costretto i leghisti a uscire allo scoperto. Il partito di Bossi ha dovuto porre un veto ai centristi, ma in questo modo ha rivelato il suo affanno, più che la sua forza. In altri tempi non ci sarebbe stato bisogno di veti. L'influenza leghista era sancita, più che dalle dichiarazioni di Maroni, dagli equilibri elettorali. Ma oggi la maggioranza è sfilacciata e Berlusconi ha bisogno di blandire Casini per sentirsi di nuovo padrone del gioco e puntellare un governo che, in effetti, i finiani potrebbero decidere di far cadere (oppure di sostenerlo come la corda sostiene l'impiccato).

Rispetto a tale scenario, la Lega si sente inquieta e lo dimostra. Davvero il motivo è solo Casini? Certo, il Carroccio non può dimenticare che l'Udc ha sempre votato, da sola, contro il federalismo. E sarebbe un po' curioso che Bossi si precipitasse ad abbracciare il nuovo partner proprio nel momento in cui, a suo dire, il federalismo fiscale è alle porte. O forse il leader leghista è nervoso perché avverte che il protagonismo di Casini è più l'effetto che la causa di un quadro che sta cambiando.

Il nuovo ministro dell'Agricoltura, Galan, ha aperto un duro confronto con la Lega a proposito delle «quote latte». In sostanza ha smesso di proteggere i trasgressori delle norme comunitarie, da cui dipendono le robuste multe che l'Italia deve pagare ogni anno a Bruxelles. L'ex governatore del Veneto è un vecchio avversario del Carroccio. Il fatto che sia all'Agricoltura, ministero abbandonato con dispiacere da Bossi, e che non abbia voglia di tenere un basso profilo, è la prova che oggi la Lega sta incontrando spine impreviste sul suo sentiero.

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Tags Correlati: Berlusconi | Bossi | Galan | Italia | Lega | Partiti politici | PD | Udc

 

Ma non basta. La dura posizione di Formigoni contro la manovra è stata un altro segnale d'allarme. Soprattutto quella frase del governatore della Lombardia, a proposito dei tagli che «uccidono il federalismo», è suonata come un attacco diretto a Tremonti, il più solido ed emblematico alleato della Lega nel governo.

Formigoni, Galan, ora Casini; in mezzo l'oscuro caso Brancher, che è comunque una sconfitta. Dopo un paio d'anni di dominio incontrastato, ora l'asse preferenziale «nordista» che ha sorretto il governo mostra qualche incrinatura. Forse dipende dal fatto che proprio il federalismo, il cavallo di battaglia di Bossi, è frenato dalla crisi finanziaria e deve essere ridefinito dentro compatibilità economiche piuttosto faticose.

Agli occhi di Bossi, se Berlusconi si rivolge al capo dei centristi, significa che intende prendere le distanze dal progetto «nordista», quindi anche dal disegno federalista. Al che Casini replica, con un po' di malizia, che se lui avesse candidato Tremonti, anziché lo stesso Berlusconi, a guidare il governo di unità nazionale, tutti sarebbero stati contenti. Anche dall'opposizione. Dove Bersani per ora ha preso tempo, trincerandosi dietro un «evergreen»: ossia «mai con Berlusconi». Eppure il Pd avrebbe tutto l'interesse ad apparire più dinamico.
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