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Questo articolo è stato pubblicato il 14 luglio 2010 alle ore 09:25.
L'ultima modifica è del 14 luglio 2010 alle ore 09:18.
Sono passati quasi tre anni da quando il mondo si è reso conto delle grandi scosse finanziarie in arrivo. Da allora abbiamo assistito a un terremoto del settore finanziario, a un tracollo dell'attività economica e a una reazione con misure monetarie e di bilancio senza precedenti. L'economia mondiale ora si è ripresa. Ma questa crisi è tutt'altro che conclusa.Come osserva Raghuram Rajan (professore della Booth School of Business dell'Università di Chicago ed ex capo economista del Fondo monetario internazionale) in un nuovo e stimolante saggio, le "linee di faglia" sono ancora lì, sotto di noi.
Ci aspettano altri problemi. È il caso di prestargli ascolto: nel 2005, alla conferenza annuale di Jackson Hole nelle Montagne Rocciose, Rajan presentò uno studio (che allora suscitò molte polemiche ma che oggi viene acclamato da tutti), dal titolo: "Lo sviluppo finanziario ha reso il mondo più rischioso?". Sì, era la sua risposta.
Sappiamo già che dai terremoti degli ultimi anni le economie occidentali sono uscite danneggiate, mentre quelle dei paesi emergenti, in particolare quelli dell'Asia, sono rimaste in piedi. È finito in pezzi anche il prestigio dell'Occidente. Sono almeno due secoli che l'Occidente domina il mondo sul piano economico e intellettuale.
Quell'era è finita. Fino a questo momento, i governanti dei Paesi emergenti non gradivano le pretese occidentali ma ne rispettavano la competenza. Non è più così. L'Occidente non sarà più l'unica potenza mondiale. L'ascesa del G-20 riflette nuove realtà di potere e di autorità.
Ma non è certo questo l'unico cambiamento nel panorama globale. La crisi ha messo in mostra limiti profondi all'interno delle economie occidentali e nell'economia globale nel suo complesso. Non è detto che riusciremo a evitare altri terremoti.
Nel suo libro, il professor Rajan mette l'accento sulle pressioni politiche interne negli Stati Uniti. Pressioni analoghe stanno emergendo nell'Europa occidentale.
Per me tutto questo è la fine del "patto", cioè dell'assetto del secondo dopoguerra: negli Stati Uniti si fondava sulla piena occupazione e livelli alti di consumi individuali; in Europa, sullo stato sociale.
Negli Stati Uniti, l'enorme crescita della disuguaglianza e la stagnazione dei redditi reali ha messo in discussione da tempo questo patto. Il professor Rajan osserva che «su ogni dollaro di crescita dei redditi reali generata fra il 1976 e il 2007, 58 centesimi sono andati all'1 per cento più ricco delle famiglie». È un dato realmente sconvolgente.






