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Dalla lama affilata di Bossi alla transizione secondo D'Alema

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Questo articolo è stato pubblicato il 16 luglio 2010 alle ore 08:35.
L'ultima modifica è del 16 luglio 2010 alle ore 09:12.

La fotografia di un governo che «perde i pezzi» (i ministri e i sottosegretari dimissionari) e che si avvia per questo a un rapido collasso, è suggestiva, ma poco realistica. La crisi della maggioranza è tutt'altro che irreversibile e non si deciderà a breve. C'è un evidente problema di leadership, ma Berlusconi è ancora in grado di riprendere il controllo del partito e della coalizione. Dipende in primo luogo da lui. Se ci riuscirà, potrà garantire al suo governo un orizzonte di medio termine.


Quando Bossi evoca la «spada affilata» che è nel fodero del premier, invitando quest'ultimo a usarla, segnala due punti. Il primo è che la Lega si sente disorientata: uno scenario confuso e limaccioso, dominato da intrecci giudiziari, risse e paralisi governativa, è difficile da spiegare all'elettorato del nord. Bossi non può permettersi di restare con le mani in mano in attesa degli eventi. Il secondo punto è che il capo leghista punta ancora su Berlusconi, sulla sua capacità d'iniziativa. Ritiene che non ci siano alternative all'attuale equilibrio, il che impone anche di cercare un compromesso con Fini. Solo se e quando, in futuro, il presidente del Consiglio non fosse più in grado di reggere il timone, la Lega cambierà strategia. Fino ad allora spera che la «lama affilata» risolva d'incanto i problemi.

Il rischio, naturalmente, è che Berlusconi non sappia o non voglia o non riesca ad attuare il rilancio dell'esecutivo. In questo caso il declino sarebbe inesorabile, punteggiato da continui incidenti di percorso e da liti interne. Ma il processo potrebbe essere lungo e lento: senza crolli improvvisi, come si augura l'opposizione. Di conseguenza il centrosinistra, il Partito Democratico, ha l'obbligo di tornare oggi alla politica, definendo una proposta non solo generica, al di là degli slogan. Una proposta in grado di tenere il campo nei prossimi due-tre anni.

Ieri il quotidiano «Europa», redatto sempre con intelligenza, titolava così il suo commento: «Pd, offriti per il governo di transizione». Vi si leggeva: «il Pd non può limitarsi a dire che così non si va avanti... Deve fare un passo in più. Deve annunciare fin d'ora la propria disponibilità a promuovere o sostenere qualsiasi soluzione di governo che non preveda Berlusconi a Palazzo Chigi».

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Tags Correlati: Berlusconi | Comitato Esecutivo | Gianfranco Fini | Lega | Massimo D'Alema | Partiti politici | PD | PDL |

 

Nella sua intervista al «Corriere della Sera» Massimo D'Alema ha fatto quel passo in più. Ha precisato di non credere alla «soluzione giudiziaria», che di fatto creerebbe al sistema nuovi drammatici problemi. Lo sbocco dell'eventuale crisi deve essere politico e richiede al centrosinistra una capacità d'analisi e un dinamismo finora piuttosto carenti.

Allo stato delle cose, l'intervento di D'Alema è il contributo più lucido alla definizione di una proposta del centrosinistra. Con un passaggio significativo. L'ex premier si rende conto che il governo di transizione non può nascere contro la volontà di Berlusconi e del suo partito. Il presidente del Consiglio ha vinto le elezioni del 2008 e la tentazione di provocare lo scioglimento delle Camere lo accompagna sempre. Un governo d'emergenza o di unità nazionale, per essere praticabile, può prendere forma, in alternativa allo scenario elettorale, solo con il concorso del Pdl. E' lì, nel partito di maggioranza relativa, che la partita deve essere giocata. D'Alema non propone un «golpe», bensì una soluzione politica. Con il concorso del centrodestra. Ben sapendo che i tempi non sono maturi.

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