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Notizie Asia e Oceania

Keynes fa bene a chi sa osare per tempo

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Questo articolo è stato pubblicato il 07 agosto 2010 alle ore 08:05.

I paesi occidentali, invischiati nei dibattiti su come gestire il disavanzo mentre stanno emergendo dalla recessione economica globale, farebbero bene a ispirarsi ai modelli di gestione delle finanze pubbliche dell'Estremo Oriente.
David Pilling, editorialista dell'edizione asiatica del Financial Times, ha descritto i successi delle misure di stimolo in quel continente in un articolo pubblicato a luglio. «A differenza che in Occidente, in Asia non si discute granché se gli stimoli abbiano funzionato o meno», scrive. «Hanno funzionato alla grande. La produzione è molto al di sopra dei livelli di prima della crisi».
All'inizio del 2009, l'Fmi pubblicò delle stime sulle dimensioni dei programmi di stimolo nelle nazioni del G20 tra il 2008 e il 2010. C'erano diversi elementi interessanti in quei dati: uno era il fatto che di fronte alla crisi le misure adottate dalla Germania contrastavano nettamente con la retorica ufficiale sull'austerità: in sostanza, si trattava di misure keynesiane. Ma la Corea del Sud e la Cina avevano adottato stimoli molto più aggressivi di qualsiasi paese occidentale, e in entrambi i casi questi stimoli avevano dato buoni risultati.
I paesi asiatici hanno potuto mettere mano al portafoglio per stimolare l'economia anche perché nei periodi di vacche grasse avevano fatto quello che bisognerebbe fare: avevano ripagato i loro debiti. L'economia keynesiana spesso viene raffigurata, in modo caricaturale, come una politica del disavanzo perpetuo ma, come ho cercato di spiegare, la spesa in disavanzo funziona solo quando l'economia è depressa e i tassi d'interesse sono prossimi allo zero.
Nel suo editoriale, Pilling richiamava l'attenzione anche sulla memoria persistente del 1997, quando l'Fmi, nel pieno di una crisi finanziaria, impose rigore finanziario e drastici tagli di bilancio a diverse nazioni asiatiche. «I governi asiatici avevano rinforzato le loro protezioni dopo la crisi del 1997, costruendosi riserve enormi.Questa "prudenza" si è tradotta, curiosamente, in una situazione per cui paesi poveri come la Cina rinunciavano a spendere e investire per agevolare le spese sfrenate di stranieri ricchi. Ma ha anche garantito a quei paesi, quando è arrivato il credit crunch, i soldi da spendere».

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È stato proprio questo il peccato dell'America di Bush: continuare a tenere in piedi il disavanzo anche in periodi di vacche grasse, senza fare nessuno sforzo per prepararsi a shock futuri.
Negli Usa, il rapporto fra debito pubblico e Pil, secondo l'Ufficio bilancio del Congresso, dall'esercizio 1993 all'esercizio 2001 era sceso dal 49 al 33%, e avrebbe potuto continuare a diminuire.
Ma nel 2000 George W. Bush, all'epoca candidato alla Casa Bianca, dichiarò che quando il governo è in attivo vuol dire che le tasse sono troppo alte. All'inizio dell'anno seguente, Alan Greenspan, che all'epoca era presidente della Federal Reserve, disse che il governo doveva tagliare le tasse per evitare di rimborsare il debito troppo rapidamente. Poi arrivò una guerra senza copertura finanziaria, e il resto è storia.
Nonostante tutto ciò, a un certo punto avevamo il margine di manovra sufficiente per intervenire con decisione sui conti pubblici. Ma non l'abbiamo fatto.
E per tutto il prossimo decennio pagheremo lo scotto di essere stati irresponsabili in tempi di vacche grasse e irresoluti in tempi di vacche magre.
Paul Krugman
(Traduzione di Fabio Galimberti)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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