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L'altra Milano da bere di Madre Teresa

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Questo articolo è stato pubblicato il 15 agosto 2010 alle ore 08:04.

«I thirst». «Ho sete». In via Forze armate 379, profonda periferia milanese, c'è un luogo tappezzato da una parola inglese che allo stesso tempo è un'invocazione (le ultime parole di Gesù sulla croce), una preghiera, un naturalissimo bisogno di ogni essere umano. In questa casina a metà tra uno chalet di montagna e una casa di ringhiera, si agitano da mattina a sera otto piccole donne di cinque diverse nazionalità – indiana, irlandese, nigeriana, belga e italiana – che appartengono alla Congregazione delle missionarie della Carità, l'ordine fondato nel 1950 da madre Teresa di Calcutta. Le sisters, come vengono chiamate normalmente queste suore fasciate da un sari bianco che solo dopo aver preso i voti si fregia di una striscia blu che lo percorre da capo a piedi, parlano tra loro e pregano solo in inglese. Madre Teresa, una donna tormentata dal dubbio pure sull'esistenza di Dio, come hanno rivelato le lettere postume pubblicate dal suo confessore, padre Brian Kolodiejchuk, su un paio di cose non ammetteva alcuna discussione: che il suo ordine fosse cosmopolita e che tutte le seguaci – 5mila sparse in 134 paesi nei cinque continenti – si dedicassero «gratuitamente e di tutto cuore ai più poveri tra i poveri». I più poveri tra i poveri dell'estate milanese 2010 sono uomini e donne che ogni mattina si accalcano dietro la porta di ferro di questa piccola comunità che accoglie nelle sue stanze 18 giovani madri immigrate clandestine con bambini fino all'età di tre anni e 15 donne single irregolari e non. Una famiglia allargata ben organizzata che non potrebbe fare a meno dell'aiuto di decine e decine di volontari milanesi, molto spesso pensionati, che arrivano da Brugherio, Lecco, Monza, Trezzano sul Naviglio. Aldino il cuoco, un ex bibliotecario del Comune di Milano, volontario dal '93, alla sera prepara la cena per 130 uomini immigrati, moltissimi cinesi tra loro, che alle 18 si mettono ordinatamente in fila per ricevere un pasto caldo. Il suo aiutante, Luigi, pensionato pure lui, corre da una parte all'altra del cortile interno dello chalet dribblando i bambini di colore - molte donne ospitate nella casa sono etiopi ed eritree - che con i tricicli pedalano a zigzag. Si ride, si scherza, ci si abbraccia.

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Tags Correlati: Brian Kolodiejchuk | Forze Armate | Madre Teresa di Calcutta | Milano | Sud | Vigili Urbani

 

Il quattro di agosto in visita alla casa milanese c'è suor Maria Pia, la superiora responsabile delle sisters da Roma in su (a Napoli c'è un altro coordinamento per l'Italia meridionale). E la lotta ai clandestini? Suor Maria Pia, una piccola donna di una sessantina di anni, recanatese di nascita, prima di rispondere porta la mano al crocefisso di legno che le suore di Madre Teresa stringono sul fianco sinistro: «A chi parla di immigrazione clandestina suggerirei di trascorrere una settimana in un villaggio africano». Le suore di Madre Teresa sono di poche parole. Di solito rispondono alle domande alzando gli occhi al cielo e muovendo l'indice della mano destra nella stessa direzione. Chi vi assicura il cibo sufficiente per sfamare più di 160 persone ogni giorno? «Lui», dice suor Maria Pia con l'indice e lo sguardo rivolti al soffitto. È "lui", dicono le sisters, a muovere le decine di benefattori, di volontari, di associazioni che ogni giorno si rendono disponibili con donazioni o semplicemente con le loro braccia in questo chalet-casa di ringhiera multirazziale, multiculturale e multireligioso: «Quasi sempre le donne musulmane che vivono nella nostra casa pregano la madonna insieme a noi: non siamo qui per convertire», racconta suor Maria Pia. È sempre "lui" a spingere i vigili urbani di Milano a portare in via Forze armate 379 gli abiti e il cibo sequestrato ai venditori ambulanti abusivi, a muovere il banco alimentare con le sue offerte, a sensibilizzare i commercianti del mercato ortofrutticolo che una volta a settimana riempiono di ogni ben di Dio il pullmino delle sisters milanesi. I medici volontari che a turno visitano la casa di madre Teresa sono una decina, un paio di volte al mese c'è pure l'ambulatorio pediatrico e ginecologico. Giornate intense che però non impediscono alle suore di raccogliersi in preghiera dalle cinque alle otto della mattina, nel primo pomeriggio e poi la sera.
La regola della congregazione impone alle suore di uscire per la città e soccorrere chi ha bisogno. Due di loro sono volontarie nel carcere di Novara, le altre raggiungono i campi rom sparsi per Milano o nelle abitazioni delle famiglie più povere. Una volta al mese distribuiscono pacchi viveri alle famiglie indigenti. «I milanesi sono gente di gran cuore. Noi siamo a Milano dall'83 e il numero di benefattori aumenta di anno in anno» ripetono le sisters, che possono accettare offerte solo da persone esterne al loro circuito. «Dai più poveri tra i poveri è vietato persino accettare una caramella» ci racconta suor Mary, una friulana quarantenne folgorata da madre Teresa durante la sua visita a Udine nell'82. Forse solo un bicchier d'acqua, in nome di quel «I thirst» che nella casa di Forze armate campeggia sotto la croce di Cristo nella piccola cappella dove le sorelle si raccolgono in preghiera.
Suor Maria Pia da Recanati, congedandosi, ci tiene a ripetere il suo precetto guida: «Tu hai valore perché sei una persona», ecco cosa ripetiamo ogni giorno agli immigrati, ecco cosa dovrebbero imparare gli uomini e le donne di buona volontà. "E il naufragar m'è dolce in questo mare" direbbe Leopardi. Di assetati, immigrati e carità.
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